Il marito (II parte)

GiornoI seni le facevano male per la pressione del suo corpo. Si voltò supina ed un dolore lancinante al retto la riportò di colpo alla dura realtà. In un attimo le tornò tutto in mente: la cena con le amiche, l’albergo, i tre ragazzi, suo marito.Aiutandosi con le braccia si precipitò a voltarsi nuovamente pancia a terra. Il suo corpo era tutto un dolore; le gambe le formicolavano per la pressione delle legature. Improvvisamente sentì l’impellente bisogno di andare in bagno. I due vibratori infissi ben saldi nel suo corpo non le procuravano più lo stesso dolore dell’inizio. Si era abituata, ora erano quasi poco più che un fastidio. Il problema era che in quella posizione spingevano sulla vescica dandole l’impressione di non poter resistere oltre. Gemendo per il dolore che muovendosi le procurava il dildo che la sodomizzava da ore, si voltò sul fianco: poteva resistere ancora un poco. * Era ora che ti svegliassi. Spero che ti senta ben riposata ed in forma per affrontare il tuo primo giorno di scuola. -Il marito alzò la serranda della finestra. Dalla posizione del sole la donna capì che era passato da poco il mezzogiorno.Senza dire altro, l’uomo si avvicinò, le sciolse le gambe, e la invitò ad alzarsi.Fu un tormento, ma ci riuscì da sola. Sempre in perfetto silenzio le legò nuovamente le braccia dietro la schiena, non per i posi, questa volta, ma per i gomiti, stringendoli fin quasi a farli toccare.Dimenticò per un attimo le impellenti necessità fisiche sopraffatta dal doloroso fastidio che provava alle articolazioni delle braccia. Le sembrava che il torace si stesse per spaccare in due lungo la linea dello sterno.Con un capo della corda l’uomo confezionò un cappio che le passò intorno al collo, poi, trascinandosela dietro come un cane a passeggio, la condusse nuovamente nel seminterrato, nel bagno del piano interrato.Con sgomento la donna si rese conto che i suoi capezzoli si stavano gonfiando ed indurendo per l’eccitazione di quella situazione. Il dolore alle braccia; il dolore all’ano, risvegliato bruscamente dalla passeggiata; il dolore alla vescica per l’impossibilità di urinare, la stavano eccitando quasi come quando le era stato dato il permesso di svuotare l’intestino dal clistere.Guardò con insistenza la tazza del cesso sperando che lui comprendesse le sue necessità.* La mia cagna deve pisciare? – Continuava a parlarle usando quei termini volgari così lontani dalla sua consuetudine.Memore dell’ordine impartitole la sera precedente, per lei tutto quello che le era successo prima di addormentarsi era accaduto “la sera precedente”, si affretto a rispondere nei dovuti modi:* Se a lei non dispiace, si, ne avrei bisogno. -Le si avvicinò, le tolse i due giri di nastro che le avvolgevano la vita, poi, con una certa attenzione, staccò anche la striscia che le passava in mezzo alle gambe.Nonostante la delicatezza con cui compì l’operazione, per la donna fu ugualmente un tormento. Molti peli del monte di venere, della vagina, ed intorno all’ano si strapparono alla radice, procurandole un notevole continuo dolore.* Non preoccuparti se la tua fichetta ha un aspetto spelacchiato. Ora sbrigati ha fare tutto quello che devi. Poi prepara schiuma da barba e rasoio. Una troia come te non può uscire con i peli in quelle condizioni. -Le slegò le braccia, liberandola da quella scomoda posizione ed uscì dal bagno senza aggiungere altro.La donna si affretto a sedersi sulla tazza del cesso per svuotare la vescica; dopo l’enorme clistere ricevuto qualche ora prima, non aveva altro da svuotare.Indugiando appena più di quanto avesse voluto, sotto il getto corroborante della doccia, si chiese, per un attimo, cosa avesse in mente il marito parlando di uscire in quelle condizioni. Scacciò subito il pensiero, mai sarebbe riuscita ad entrare nella mente a volte diabolica del suo uomo.Quando tornò, lei aveva appena finito di asciugarsi i capelli. Appoggiò un paio di sandali a terra ed appese all’appendiabiti a muro un indumento che lei stentò a riconoscere. Era un abitino, praticamente un copricostume, che usava esclusivamente per recarsi in spiaggia. Molto scollato, sia avanti che dietro e con la gonna parecchio scampanata ed estremamente corta. Le ordinò di spostare la panchetta, usata normalmente come sedile, al centro della stanza e ce la fece distendere sulla schiena per la parte della lunghezza. Aveva immaginato cosa stava per accadere: le avrebbe rasato i peli del pube; infatti, con pochi rapidi gesti la insaponò ed usando con molta attenzione un rasoio usa e getta, la rasò completamene. Le ordinò di voltarsi pancia sotto e ripeté l’operazione in mezzo alle natiche, privandola anche della poca peluria che le contornava l’ano.Dopo averla fatta risciacquare sul bidet, senza tanti complimenti, le passò su tutta la zona appena rasata, il suo dopobarba.Il bruciore fu terribile, non riuscì a ricacciare indietro le grosse lacrime le sgorgarono dagli occhi. Ma non si permise alto che un lieve lamento ed un lungo, intrattenibile brivido in tutto il corpo. Sapeva bene che, molto probabilmente, il peggio doveva ancora arrivare e non voleva dimostrarsi meno decisa della sera avanti, nel perseguire la strada della sua espiazione.* Stai imparando a comportarti bene, – fu il suo unico commento, – ora vestiti, andiamo a fare shopping. -Prese l’indumento che il marito le aveva portato, poi si guardò intorno perplessa.* Cosa c’è, hai dimenticato come si indossa un vestito? -* No, ma… , ha dimenticato di prendere la biancheria. Non posso indossare questo vestito senza mutandine e reggipetto. -Come per magia, gli apparve in mano il frustino che lei stessa gli aveva consegnato poche ore prima.* Io non dimentico niente. Dovresti saperlo; e non spetta a te decidere cosa puoi indossare e come. – Le parole gli uscivano dalla bocca taglienti come lame di rasoio. – Le troie non indossano biancheria e vanno in giro mettendo in mostra tutta la loro mercanzia. Stenditi nuovamente sulla panca a pancia sotto. -La freddezza dell’uomo la sgomentò. Stentava a riconoscere in quel tono, in quelle parole l’uomo che amava. Conscia di cosa l’attendeva si stese nuovamente sulla panca. L’attesa non fu lunga: la prima staffilata la colpì esattamente al centro delle natiche, nel punto più carnoso. Come una saetta il bruciore, più che dolore, le percorse la spina dorsale, fin dentro la testa, per fermarsi, perfidamente pulsante, all’altezza delle tempie. Altri quattro colpi, dopo un attimo, la raggiunsero in rapida successione, violenti, dati quasi con rabbia. Riuscì a distinguerli l’uno dall’altro, soltanto perché ognuno colpiva una parte nuova del suo corpo: cosce, attaccatura tra natiche e cosce, parte alta delle natiche, centro della schiena. Non le era mai dispiaciuto il dolore fisico, anzi, a volte, giocando con doppi sensi e velate allusioni, aveva cercato di far capire al marito questo suo latente desiderio, ma lui o non aveva capito, o aveva fatto finta di non capire. Questo però era stato troppo anche per lei. Un pianto dirotto la squassava mentre ondate di dolore l’avvolgevano completamente fin quasi a soffocarla impedendole il respiro. L’uomo si fermò di colpo, sorpreso per la furia con cui aveva colpito quel corpo tanto amato. Osservò con uno strano miscuglio di piacere e pentimento le cinque strisce infuocate che segnavano cosce, natiche e schiena della moglie. Per non cedere alla tentazione di arrivare ad un prematuro perdono, uscì sbattendo la porta dopo averle di nuovo ordinato di vestirsi come aveva deciso lui.Lo raggiunse dopo neanche dieci minuti, vestita con quell’abito che la copriva ben poco. Se non compiva movimenti bruschi sarebbe riuscita a mantenere coperti pube e natiche. Niente di più. Aveva gli occhi ancora gonfi per le lacrime versate, ma il volto era comunque sereno. Si avvicinò al marito prendendogli la mano che poco prima aveva impugnato il frustino. La baciò.* La ringrazio per come si sta prendendo cura della mia educazione, e le chiedo perdono nuovamente per quello che l’ho costretto a fare. Comunque, se pensa che non sia sufficiente, non esiti: so bene che fin’ora è stato molto buono e che merito ben di peggio. -L’uomo la guardò allibito: questa non era sua moglie, era un’altra nel corpo di sua moglie. Si era quasi aspettato, dopo quella rude battuta, un litigio, una sua tipica esplosione di insofferenza, invece… . La guardò negli occhi, cercando qualche machiavellico segno di furbizia: niente. Solo dolcezza, sottomissione e sincerità assoluta. Questo lo convinse definitivamente che era sulla strada buona per rifondare il loro rapporto.Le diede il permesso di fare un’abbondante colazione dopo di che uscirono.In macchina finalmente le disse dove erano diretti. Non che le importasse molto, ma fu semplicemente felice che lui le avesse voluto confidare i suoi programmi. Erano diretti al più fornito sex-shop della città.Non trovarono parcheggio se non a qualche centinaio di metri dal negozio. Il tratto di strada a piedi che dovette fare, fu per la donna una continua degradante umiliazione. Ogni passante, uomo o donna, si fermavano a guardarla; gli uni con evidenti segni di compiacimento per lo spettacolo che offriva di se, delle sue parti intime praticamente in vista, le altre con sguardi di palese disapprovazione. Qualcuna la apostrofò apertamente invitandola a vestirsi o ad andare a fare la troia in casa.Pensò, giungendo in negozio, di essere in salvo; fu anche peggio. I quattro avventori presenti le si fecero intorno mentre il marito parlava con il gestore. Uno arrivò persino a metterle una mano tra le cosce.* Vi piace? – chiese il marito accorgendosi di quello che stava succedendo. – Fai vedere ai signori che bei segni hai sul culetto. -Si sentì morire dalla vergogna, ma ubbidendo ai voleri del suo signore, si affrettò ad alzare il corto gonnellino.* Potete anche toccare, se volete, ma niente di più. Solo toccare. -Non se lo fecero ripetere una seconda volta. Immediatamente sentì su di sé una selva di mani che la toccavano in ogni parte del corpo. Fu costretta ad allargare le gambe per permettere che le carezzassero e pizzicassero il clitoride notevolmente sviluppato. Dita brusche ed invadenti si infilarono in ogni suo buco, anche scacciandosi tra loro se non trovavano l’accordo per penetrarla due, anche tre insieme nella stessa parte. Le mani che non trovarono posto nelle sue parti basse, fecero presto a raggiungere i suoi seni. La palpeggiavano senza riguardo, cominciando a pizzicarle e torcerle i capezzoli fino a farla lacrimare per il dolore e l’umiliazione. Il marito l’aveva chiamata “troia”, e questi esseri viscidi, come tale la stavano trattando. * Ehi, questa è una vera porca. Tastale la fica. Ci sta provando gusto. E’ tutta bagnata. -* Tu non hai inteso niente, mettile un paio di dita in culo, senti come pulsa. Mai inteso una cosa del genere. -Non se ne era accorta, non lo voleva, ma era vero. La sua fica stava bagnandosi. Il suo ano rispondeva suo malgrado, con piacere, a quelle intrusioni violente.Guardò il suo uomo con la disperazione nel cuore. Voleva essere punita, umiliata per quello che gli aveva fatto, ma da lui, non da altri. Voleva soffrire, voleva espiare, ma per mano sua, non di altri.Forse il marito capì il messaggio che i suoi occhi gli avevano lanciato, o forse pensò che si stava per passare il segno e che non avrebbe più potuto governare la situazione: un paio di avventori già avevano tirato fuori dai pantaloni il loro membro duro e pronto all’uso.* Allora ragazzi, vi siete divertiti? Per ora basta così. Il seguito la prossima volta. Ora la signora ha da fare. – Indicandole l’uomo con cui stava parlando, le ordinò: – Seguilo. E’ il proprietario. Ha parecchi articoli particolari da farti vedere. Se vorrai te li farà anche provare. Scegli tutto quello che pensi possa servirti. Non mi deludere. Intanto mi guarderò intorno per vedere se anche qui c’è qualcosa che ci possa essere utile. – Mentre parlava, gli altri clienti, a malincuore, si allontanarono da lei dandole modo di rassettarsi prima di fare come le era stato ordinato.Appena l’uomo accese le luci del magazzino, le sembrò di essere entrata in un museo delle torture. Le pareti erano letteralmente tappezzate di croci ad X, di fruste, frustini e staffili di tutti i tipi e misure. Corde, catene, manette, legacci di ogni tipo e per ogni uso. Cavalletti, gogne, manichini vestiti con strani indumenti di cuoio colmi di borchie, anelli e moschettoni.Si guardò intorno con una certa apprensione. Cominciava a capire quello che voleva il marito: che scegliesse da sola gli strumenti con cui doveva punirla, torturarla, umiliarla; e nella scelta non doveva deluderlo.* Ha già un’idea di quello che cerca o vuole che le illustri un po’ tutti i nostri prodotti? – La voce dell’uomo la sorprese: gentile, serena, niente affatto equivoca o lubrica come si era aspettata. * Mio marito non le ha detto cosa ci occorre? -* No, signora, – non c’era traccia di ironia in quel “signora” – ha detto che avrebbe scelto lei. Cosa vi occorre in particolare per la vostra schiava? Strumenti di punizione o di costrizione? -Dunque il marito non gli aveva detto che quello che sceglieva era destinato a lei. Si appuntò mentalmente che appena possibile avrebbe dovuto ringraziarlo per il tatto usato. Si guardò di nuovo intorno. Scartò subito i grossi mezzi di costrizione: croci, cavalletti e gogne. Non le servivano. Avrebbe accettato tutto, fino in fondo, volontariamente, senza tentare minimamente di sottrarsi a qualsiasi castigo avesse voluto imporle. Se avesse subito le stesse punizioni legata, non avrebbero avuto ai suoi occhi lo stesso senso di volontarietà che si era imposta per arrivare al perdono.Guardando i manichini, comunque, capì che qualcuno di quegli indumenti le sarebbe servito. Scelse una bella coppia di polsiere e cavigliere, un pesante collare, ed una robusta cintura. Tutti in cuoio nero e muniti di robusti anelli e moschettoni. Scelse poi anche un reggipetto, con le coppe forate al centro in modo che fuoriuscissero le aureole con i capezzoli ed il cui interno era irto di aculei regolabili. Potevano fuoriuscire fino a circa un centimetro. Chiese al proprietario di regolarli in modo che fuoriuscissero il massimo possibile.L’uomo si complimentò per la scelta. – Vedrà quanto poco la sua schiava gradirà indossare questo reggipetto, soprattutto se la colpirà con una paletta tipo questa. – aggiunse indicando un paddle largo non più di sei centimetri e lungo circa mezzo metro. Poteva colpire contemporaneamente e con durezza ambedue i seni.Prese anche quello. Immaginò con angoscia cosa avrebbe provato quando il suo signore avrebbe deciso di usarlo su di lei.Staccò dalla parete un paio di fruste, una da oltre due metri, l’altra più corta, ma sicuramente molto più precisa. Prese anche un cane di bambù che sperimentò su una mano. Anche se usato piano, produceva un bruciore tremendo. Era soddisfatta delle sue scelte. Mancava soltanto qualche paddle robusto per il suo sedere. Non ebbe che l’imbarazzo della scelta: uno rotondo normale, uno forato ed uno irto di piccoli aculei le sembrarono sufficienti.Uscendo, notò uno scaffale ben fornito di stringi seni e stringi capezzoli di varie forme. Per non sbagliare ne prese tre serie distinte. Sperò di aver preso tutto quello che poteva servire a suo marito per aiutarla a redimersi: una cosa che non voleva proprio fare era deluderlo.Si guardò nuovamente intorno, ma non trovò altro se non ripetizioni in forma leggermente diversa di quello che comunque già avevano. Ora finalmente si sentì pronta a tornare dal suo uomo.Anche lui aveva fatto spesa: due capienti buste ricolme erano deposte ai suoi piedi. Pagò il conto e carichi di pacchi, fecero ritorno alla macchina.Non fece in tempo ad allacciare la cintura di sicurezza che un violento ceffone le esplose sulla guancia.* Questo è un piccolo promemoria per farti ricordare, appena arrivati a casa, di chiedermi di punirti per aver provato piacere dai palpeggiamenti di quei porci tuoi pari. – Senza aggiungere altro mise in moto e partì.Erano di nuovo nel tinello. Il piano interrato sembrava ormai essere diventato tutta la loro casa. Gli acquisti erano depositati a terra, accanto ad una gamba del grosso tavolo in legno massello che troneggiava al centro della stanza. Lei, splendidamente nuda, era inginocchiata a lato della poltrona su cui era seduto il marito. Giocava distrattamente con i suoi seni, a volte li carezzava, a volte li stringeva fino a farle uscire le lacrime, secondo l’indirizzo che evidentemente prendevano i suoi pensieri.La cena, preparata da lei in fretta, era stata consumata in silenzio. Lui seduto a tavola, lei accucciata ai suoi piedi, con il piatto poggiato per terra. L’essere sempre completamente nuda l’aiutava molto nell’impersonare la parte che si era scelta.* Posso parlare? – chiese approfittando di un attimo in cui la sua mano si limitava ad accarezzarla anziché procurarle dolore.* Certo che puoi parlare, basta che lo fai nei dovuti modi, avanti, cosa c’è? -* Mi aveva ordinato di ricordarle che ho meritato una grossa punizione per aver provato piacere in negozio. -* Volevo proprio vedere se te ne saresti ricordata. Brava. Prima però, fammi vedere cosa hai acquistato, se non sarò soddisfatto, uniremo le punizioni. -Sperò ardentemente di non aver sbagliato, non per evitare l’eventuale punizione, ma per non dargli una delusione. Era curiosa, voleva vedere cosa avesse comperato lui, così fece in modo di scartare per primi i suoi pacchi. Una serie crescente di falli in lattice. Il più piccolo era già di dimensioni notevoli, se fosse stato vero, l’avrebbe definito un bel cazzo; il più grande, settimo della serie, era qualcosa di veramente mostruoso. Impugnandolo con una mano, riusciva appena a coprirne metà circonferenza. Sperò che non l’avesse mai costretta ad usarlo, ben sapendo, però, che era una speranza vana. Rabbrividì al pensiero che avrebbe potuto infilarglielo anche nel buco per cui non era stato sicuramente costruito. Nel posarlo, fu quasi certa che lo avrebbe sperimentato proprio lì.Da un’altra scatola tirò fuori una serie di pinze, di sfere e di cilindri metallici arrotondati in punta, non molto grandi ma comunque anch’essi di dimensioni rispettabili. Da ogni oggetto pendevano dei sottili cavi elettrici. Ne conosceva l’uso: non li aveva mai sperimentati, ma una sua amica le aveva descritto cosa si provava nel sentirsi seni, ano e fica attraversati dalla corrente elettrica. Sudò freddo quando vide l’apparecchio cui sarebbero stati collegati. La sua amica le aveva parlato di una normale batteria da 9 volt, questo era munito di una manopola che consentiva di arrivare a 24 volt.Una scatola con duecento aghi sterili; quattro speculi vaginali di differenti misure, ma certamente più per uso veterinario che per quello ostetrico, vista la loro larghezza; un’infinità di pinze metalliche, e per ultima un attrezzo di cui non riuscì a capire l’uso. Consisteva in una scatola rettangolare, con angoli e bordi arrotondati, molto pesante. Da un lato, fuoriusciva un’asta filettata in punta. Si guardò bene dal chiedere spiegazioni: era cosciente che presto avrebbe verificato di persona dove e quanto dolore le avrebbe procurato.Il marito si avvicinò soltanto quando iniziò a tirare fuori quello che aveva scelto lei. Le fece indossare subito il collare, le polsiere e le cavigliere. Osservò con evidente soddisfazione il reggipetto senza però farglielo indossare. Approvò anche la cintura, dicendo che sarebbe tornata utile in più di qualche occasione.
Non aggiunse altro, ma era evidente che gli strumenti punitivi scelti dalla donna lo lasciarono completamente appagato. * E’ soddisfatto delle mie scelte? – si azzardò a chiedere.* Si, abbastanza, hai preso più o meno ciò che avrei preso io. Ho notato che non hai acquistato nessuno dei grossi strumenti di costrizione, vuol dire che pensi non ne avrò bisogno nel punirti? -* Le ho già detto che può fare tutto quello che vuole, ed io lo accetterò senza ribellarmi, felice perché lei ha promesso che alla fine mi perdonerà. -* Verifichiamo subito se quello che dici è vero. Prendi la paletta con i fori e stenditi pancia sotto sul tavolo. Regoliamo i conti del negozio. -I segni delle staffilate del pomeriggio erano quasi scomparsi. Si fermò un momento ad ammirare il bel culo della moglie. Tondo, sodo, morbido al punto giusto. Lo carezzò con delicatezza ripensando a tutte le volte che, in passato, aveva provato un languido piacere nel compiere quegli stessi gesti, a tutti i baci che vi aveva delicatamente depositato. Poi, una stanca tristezza lo assalì. Di quanti era stato? Quanti lo avevano accarezzato? Quanti si erano introdotti in quel piccolo, grazioso forellino che tanto gli piaceva?In un attimo la tristezza si trasformò in furia e cominciò a colpire, non per punire, ma per far male. Immediatamente si rese conto di aver scelto l’attrezzo giusto per il suo stato d’animo. E’ vero che non dava la stessa soddisfazione che si prova colpendo con la mano: mancava il contatto “fisico”; ma l’effetto che ogni colpo produceva, era nello stesso tempo, devastante per la sua vittima ed estremamente esaltante per lui stesso. Pochi, pochissimi colpi dati quasi con ferocia, gli furono sufficienti per demolirne le difese. Ogni volta che il crudele attrezzo le piombava addosso, la donna si sentiva letteralmente esplodere mentre ondate di violento dolore si irraggiavano immediatamente per tutto il suo corpo. Freneticamente si aggrappò con le mani al bordo del tavolo per imporsi di non alzarsi e sfuggire a quell’atroce castigo. Le urla della donna lo riportarono rapidamente alla ragione. Si rese conto che non poteva e non doveva continuare a colpire in quel modo, con quella forza. Diminuì la forza ed incominciò a colpire con un ritmo più lento, prendendo come bersaglio alternativamente una natica per volta. Questo sistema sembrò essere, in qualche modo, più gradito alla donna: le sue urla si smorzarono trasformandosi in grida strozzate ad ogni impatto. La tensione delle membra si allentò, le natiche non erano più dure come il marmo, restavano rilassate ed assorbivano i colpi non opponendo resistenza: si spandevano ed allargavano ogni volta che la paletta vi pigiava sopra violentemente.Osservò quel bel culo rosso fuoco. In un impeto di tenerezza carezzò lievemente le parti più infuocate meravigliandosi del calore che emanavano. Al lieve tocco delle carezze, la donna reagì con un lungo, profondo, brivido. I lamenti di dolore si trasformarono molto rapidamente in gemiti di piacere.* Non è possibile. – pensò l’uomo continuando ad accarezzare le natiche ardenti della moglie – Ha preso una battuta con i fiocchi, ed eccola qui, pronta come una cagna in calore. -Quasi del tutto casualmente, nel carezzarla le dita si incanalarono nel profondo solco. La reazione della moglie fu istantanea: sollevò il culo nell’attimo esatto in cui le dita le sfiorarono l’ano. Poteva esserci un invito più esplicito?* Non lo meriteresti, – le disse quasi scherzando, – ma visto che ti sei comportata bene durante questo regolamento di conti…-Lasciò la frase a metà, si chinò e baciò a più riprese quel culo, che così, rosso e infuocato, lo faceva impazzire. Con la lingua cercò il bruno forellino. Lo trovò, lo titillò, ci girò intorno soffermandosi al centro come se volesse penetrarla in quel modo. Il corpo della donna era scosso da tremiti irrefrenabili. Mugolii di piacere accompagnavano i movimenti del suo bacino che si sollevava incontro alla lingua ogni volta che, nel suo girovagare, incrociava l’ano pulsante.Il gioco durò poco, forse, per lei, troppo poco. Un grido lungo, denso di soddisfazione, accompagnò il suo orgasmo mentre spossata, si abbandonava sul duro tavolo ad una breve pausa ristoratrice.Chiuse gli occhi, beandosi di quella pienezza di sensazioni che quell’orgasmo inusuale le avevano procurato. Forse, per qualche breve istante, si addormentò.Quando riaprì gli occhi, il marito era seduto sulla sua poltrona, la guardava in silenzio. Non le era mai successo, ma, sotto quello sguardo intenso, quasi si vergognò della sua nudità. Era il suo silenzio, che più la disturbava. Quel suo continuare a fissarla senza un gesto, senza dire una parola.Toccava a lei riprendere il gioco? Si aspettava che fosse lei a riaprire le dolorose danze? Forse no, forse stava soltanto riposando beandosi della vista di quel corpo tanto amato, o odiato?Il silenzio ormai si era fatto pesante, non più naturale. Doveva decidere in fretta. – La ringrazio, è stato magnifico, bellissimo. Grazie, veramente. -* Non c’è bisogno, anche a me ha fatto piacere. – Il suo sguardo era tornato sereno, quasi sorridente, ma non del tutto. Si aspettava ancora qualcosa.* Allora, – lo invitò – non mi fa provare niente di quello che ha comperato oggi? -* Cosa vuoi provare? C’è qualcosa, in particolare, che ha stuzzicato il tuo interesse? -* Tutto, voglio provare tutto, o almeno, – si corresse realizzando che quel “voglio” poteva essere male interpretato, – tutto quello che lei desidera farmi provare. Ho visto che ci sono cose che dovrebbero darle un bel po’ di piacere quando me le farà sperimentare. -L’uomo apprezzò il discorso, non che temesse di perdere il dominio, ormai consolidato sulla moglie, ma gradì quel suo chiedere volontariamente, insistentemente, nuovo dolore, nuove punizioni che ormai non erano più tali in senso letterale, ma si erano trasformate in una sorta di incessante, volontaria, catartica espiazione.* Si, hai ragione, mi dispiace per te, ma almeno un paio di attrezzi stuzzicano notevolmente il mio insospettato lato sadico. Allora, senti cosa facciamo: vista l’ora, non credo sia il caso di provare tutto, ma per un paio c’è tempo. Ne scegliamo uno ciascuno e alla fine mi dirai chi ha fatto la scelta migliore. Su, scegli. Io la mia l’ho già fatta. Se tu dovessi scegliere la stessa cosa, cambierò io, non preoccuparti. -Sorpresa da quella proposta inaspettata, la donna cominciò a frugare tra gli oggetti acquistati dal marito.Guardò nuovamente tutto, ma il suo interesse continuava ad andare verso la misteriosa scatola che l’aveva incuriosita fin dall’inizio.* Scelgo questa, anche se non so proprio a cosa possa servire. – disse indicandola al marito. * Ottima scelta. Possiamo usarla contemporaneamente alla mia. Per capire come funziona, prendi uno dei falli di lattice, ed avvitalo sull’asta. -La donna eseguì e, pensando che si trattasse di una semplice dimostrazione, avvitò sull’asta il primo fallo che le capitò in mano. Il quinto della serie: un paletto di lattice, a forma di oliva allungata, che nel suo massimo diametro raggiungeva almeno gli otto centimetri. Appena accesa la macchina, ne comprese il funzionamento. Il fallo era diventato uno stantuffo che avanzava ed arretrava, avanzava ed arretrava senza sosta, con movimento fluido e regolare, per tutta la sua notevole lunghezza.. Instancabile membro, pronto a scopare una donna all’infinito, fino al suo sfinimento più completo. Scopare o … . Memore della preferenza sempre dimostrata da suo marito, per il suo culo, si pentì di aver scelto un fallo così grosso, enorme. Ormai era fatta, non poteva e non voleva tornare indietro. Si rincuorò pensando che, fortunatamente, non aveva scelto il più grosso. La fece distendere di nuovo sul tavolo, legando saldamente mani e piedi, ai quattro angoli. Con una corda passante sotto il piano del tavolo stesso, legò gli anelli fissati ai lati della cintura. Così bloccata, la donna non poteva compiere il minimo movimento.Capì su quale attrezzo era caduta la scelta di suo marito, quando sentì una fredda sfera, piccola e ben lubrificata, violarle l’ano. Come aveva subito intuito, alla sfera nell’ano seguì un grosso cilindro profondamente infisso nella vagina. Due pinze metalliche, le morsero crudelmente i delicati capezzoli; subito dopo, altre due le strinsero le grandi labbra. L’ultima, la più crudele, addentò saldamente il suo sviluppatissimo clitoride.Mentre il marito sistemava tra le sue gambe, dolorosamente divaricate, la pesante scatola con avvitato il fallo di lattice, comprese che i suoi timori erano completamente fondati. Il grosso stantuffo avrebbe compiuto l’instancabile, devastante andirivieni, proprio nel suo culetto.Non dovette, infatti, attendere molto. Dopo aver trafficato per qualche momento con le due apparecchiature, la donna sentì una mano del marito divaricarle le natiche mentre la punta del fallo le veniva puntata esattamente là dove aveva paventato.Lentamente, con delicatezza ma senza esitazioni l’enorme oggetto cominciò a farsi largo dentro di lei. Violenti brividi di dolore infransero la sua forzata immobilità, ma non cedette: continuò, con tutta la sua volontà, a non opporre la minima resistenza. Improvvisamente il dolore cessò. La parte più larga dell’attrezzo aveva superato l’anello del suo sfintere. Era completamente dentro di lei. Si sentiva piena all’inverosimile. Soltanto il dolore dovuto alle pinze, che l’assaliva ad ondate, superava, a volte, quello che provava dal suo culo.- Cara moglie, sei uno spettacolo. – Erano mesi che non la chiamava più così. La donna, accantonando per un attimo il dolore, si chiese se finalmente fosse riuscita a far breccia nella sua intransigenza, se lo avesse finalmente convinto della sincerità del suo pentimento.* Questa sarà certamente la punizione più dura tra quelle ricevute fin’ora. Avrai certamente capito che, appena accendo la macchina, lo stantuffo comincerà quel lento movimento nel tuo culetto, che hai dimostrato gradire tanto, a troppa gente. Ma, – continuò piuttosto perfidamente, – non credo che questa volta ti piacerà tanto quanto in passato. Ogni cinque volte che il fallo ti sarà entrato completamente, come ora, per un giro completo si accenderà un interruttore che darà, a caso, corrente ad uno dei terminali che hai addosso. Una volta toccherà al capezzolo destro, un’altra alla fica, e così via. Per cinque minuti. Poi dipenderà da te. Passati i primi cinque minuti, potrai interrompere in qualsiasi momento. Ti basterà chiederlo, io sarò soddisfatto dei primi cinque minuti. Poi ti scioglierò e potrai andare a riposare. Sei pronta? -Non rispose subito. Qualcosa nel discorso di suo marito la lasciava perplessa: perché lasciare a lei la scelta se prolungare o meno la peggiore punizione imposta? Fino ad allora aveva sempre stabilito lui cosa e quanto; perché adesso, proprio adesso che l’aveva nuovamente chiamata “moglie”, le lasciava quella terribile scelta? Perché non interrompeva lui stesso il tormento dopo cinque minuti? Non voleva? Allora comprese.* Sono pronta. -Una leggerissima vibrazione l’avvertì che la macchina era stata accesa, un attimo prima che l’oggetto infisso nel suo intestino cominciasse a muoversi: il supplizio aveva inizio.La sua vera angoscia era l’altra apparecchiatura: quella che non aveva mai sperimentato. Sentì per quattro volte il fallo sfilarsi lentamente, quasi del tutto, dal suo ano; per quattro volte subì la lenta e dolorosa dilatazione mentre quel palo di lattice si infilava nuovamente dentro di lei. Se non fosse stato per l’angoscia della scossa elettrica, forse alla lunga avrebbe potuto anche godere di quelle dolorose intrusioni; ma non riusciva a rilassarsi. Trattenne il fiato durante tutto il ciclo della quinta intrusione, poi sentì un capezzolo inturgidirsi fino a scoppiare; dieci e cento aghi penetrare contemporaneamente in quello straziato capezzolo, cento e mille aghi aggredire e piantarsi in tutto il seno, in tutto il suo corpo, in tutta la sua determinazione. Urlò, strattonò le corde che la imprigionavano, tentò invano di sfuggire a quella tremenda scossa che le martoriava il seno.Improvvisamente tutto finì. Soltanto allora si accorse che il suo corpo era ancora completamente squassato da un intenso tremore, mentre, inesorabile, lo stantuffo si faceva, per la settima volta, strada dentro di lei. Cercò di addormentare la sua mente, annullare i suoi pensieri. Non voleva presagire quello che avrebbe sofferto quando il caso avesse assegnato il contatto alla pinza del clitoride o al cilindro nella vagina.I cinque minuti trascorsero senza che niente le fosse risparmiato. Per almeno tre volte, ogni contatto produsse la sua devastante opera su quel dolente corpo. L’ano, che con molta delicatezza, il marito provvedeva a lubrificare in continuazione, era in uno stato di dolore perenne, ormai quasi non avvertiva più l’implacabile movimento. Ogni nervo, ogni muscolo, ogni tendine era teso allo spasimo dalla sofferenza, nella terrorizzata attesa del prossimo, ignoto punto in cui la terribile scossa l’avrebbe colpita di nuovo.Ogni cellula del suo corpo la implorava di fare cessare quello strazio volontario. Soltanto la sua ferrea determinazione le permetteva di andare avanti, di sopportare oltre il sopportabile. Lei stessa aveva deciso di punire il suo corpo in una sola, ultima volta; di mondare per sempre se stessa dalle colpe commesse. I minuti passavano inesorabili; l’uomo guardava attonito quell’amato corpo reagire sempre più a fatica agli inumani stimoli cui era sottoposto. Chiunque avrebbe fatto cessare da tempo quello strazio.Lei no. Continuava a subire al disopra delle sue forze, della sua resistenza, non ricavandone, con ogni evidenza, alcun piacere. Finalmente comprese: Lei non avrebbe mai fermato quella punizione. Era l’ultima: il perdono o la morte.L’albaIl lungo sonno ristoratore si interruppe mentre sognava che suo marito la stava baciando tenendola stretta tra le sue braccia.Pigramente aprì gli occhi e vide il volto del suo padrone che la guardava dolcemente mentre, sdraiati sul loro letto ad acqua, la carezzava delicatamente su tutto il corpo ancora dolorante.