Quel giorno in ufficio non riuscii a lavorare col solito profitto; i miei capi se ne accorsero, ma quando videro che non andavo a casa per pranzo mi chiesero: “Beh, che fai? Lo sai che se tardi poi Gerry se la prende con noi dicendo che siamo dei negrieri.” “Oh, non c’è problema, le ho lasciato un messaggio sulla segreteria, dicendole che non torno, perché devo finire quella domanda di rimborso.” Roberto, uno dei due soci, a quel punto si avvicinò e disse: “Hai litigato con lei, eh? Si vede lontano un miglio. L’ho sempre detto io: “Donne; che bisogno abbiamo di loro? Noi uomini stiamo veramente bene solo con altri uomini.” Dico bene?” Lui era decisamente il più fiero della propria natura omosessuale, mentre Isacco, il suo socio e compagno, era più timido. Comunque Roberto, che solitamente non dava in nessun modo a vedere la propria diversità, quando si infervorava in discorsi in tema di gusti sessuali sembrava veramente una checca, stile “Il vizietto”.Per un attimo fui tentato di negare ogni cosa, ma poi, ripensando al fatto che con loro avevo sempre potuto parlare liberamente della mia vita privata (forse c’è del vero nelle voci che vogliono gli omosex mediamente più sensibili degli etero), vuotai il sacco. Feci anzi di più. Approfittando del fatto che il resto del personale dello studio si fosse allontanato per il pranzo, li portai in sala conferenze dove, usando la videocamera con cui solitamente documentiamo le operazioni di pignoramento a cui siamo chiamati ad assistere, mostrai loro la cassetta girata quel mattino a casa, che mi ero ben guardato dal lasciare a portata di mano di Gerry. I due dapprima restarono ammutoliti, poi lentamente la tensione si allentò, e alla fine ci scappò anche qualche battuta. Isacco sottolineò le mia risorse di cameraman, mentre Roberto dedicò particolare attenzione alle doti virili dei miei cugini, per concludere che non erano un granché. “Certo, caro mio, che se è vero che stai messo peggio di quelli sei proprio un po’ scarsino, lasciatelo dire.” “Oh, – risposi io – non ha nient’altro da dirmi? E comunque non vorrete credere a quella … a quella … ” “Vacca. – completò Roberto – quella è proprio una gran vacca. Colle mammelle che si ritrova potrebbe far concorrenza alla Parmalat; che orrore. E poi che volgari, anche i tuoi cugini: “Quel frocio, quel frocio.” Vorrei sapere che male ci sarebbe se tu fossi come me. Anzi, a proposito, sei sicuro che non …””Senta, – dissi io – senza offesa, ma a me piace la fessurina, e piacciono anche le centrali del latte.” Dopo questo scambio di battute mi sentii un po’ sollevato, ma ancora non sapevo come regolarmi. Spiegai ai due soci che avevo pensato di affrontare Gerry quella sera stessa, e di inchiodarla, forte del nastro, alle sue responsabilità. Fu Isacco a convincermi a non farlo; secondo lui, se volevo vendicarmi dovevo fare un altro uso di quel nastro, evitando di scoprirmi prima di aver potuto organizzare qualcosa per fargliela pagare. Se lo avessi mostrato a Gerry i miei cugini avrebbero saputo subito che io sapevo, e sarebbe stato più difficile sorprenderli. Inoltre, secondo Isacco, Gerry era veramente innamorata di me, e io di lei, e se fossi riuscito in qualche modo a renderle la pariglia avremmo potuto forse mettere una pietra sopra a quell’episodio, che secondo lui era dovuto ancora ai problemi psicologici di lei, ed avremmo migliorato la nostra relazione. Sentii che aveva ragione, e così decisi che per il momento non avrei affrontato Gerry apertamente. L’unica cosa che mi premeva a quel punto era trovare un modo per impedire che continuassero gli incontri coi miei cugini, e perciò la sera stessa chiamai mia madre per dirle che l’indomani, Sabato, l’avrei accompagnata alla nostra casa in montagna, dove lei aveva bisogno dell’aiuto mio e di Gerry per sistemare parecchie cosette; sapevo che Gerry non avrebbe in nessun modo osato opporsi, perché aveva più volte dichiarato la sua disponibilità a dare una mano a mia madre in quest’occasione. Le cose andarono come avevo previsto; Gerry non rifiutò il suo aiuto, e Sabato le portai tutte e due in montagna, dove mi trattenni per il week-end, sforzandomi di comportarmi nel modo più naturale possibile. Sabato notte facemmo persino l’amore, anche se per me fu fonte di grandissima sofferenza il pensiero che forse lei fingeva e mentiva mentre manifestava il suo godimento e dichiarava il suo amore per me.Lunedì mattina rientrai in città, lasciandole in montagna a completare la sistemazione della casa, coll’intesa che sarei tornato a prenderle Mercoledì sera. Presi tre giorni di ferie, accordandomi coi miei capi perché coprissero le mie assenze in ufficio se qualcuno, in particolare mia madre o Gerry, mi avessero cercato, e cominciai ad attuare il mio piano di vendetta. Sapevo che Andrea e Marco avevano la ragazza, e in particolare conoscevo quella di Andrea, sorella minore di una delle mie vecchie fiamme. Era una ragazza carina, che all’epoca in cui io avevo frequentato sua sorella era ancora adolescente, e si era presa una gran cotta per me. Il mezzogiorno di Lunedì deposi nella sua cassetta delle lettere un pacco, contenente una copia VHS del nastro girato Venerdì, con una lettera in cui le raccomandavo di guardarlo da sola e di non farne parola ad Andrea prima di avermi contattato sul cellulare, a qualunque ora. Quella sera alle undici il telefono squillò; era lei, in lacrime, che copriva di insulti il suo ragazzo, Marco, ed anche me, colpevole di averle fatto sapere le cose in quel modo orribile. Dopo averla fatta sfogare le chiesi se non le sarebbe piaciuto farla pagare a quel porco, e lei subito mi rispose di si. Ero pronto a scommetterci, perché le ragazzine di quel tipo non sono affatto disposte ad incassare umiliazioni; lo sapevo bene io, che quando seducevo ed abbandonavo le ragazze come sua sorella avevo sempre cura di farlo facendole sempre sentire comunque delle regine, le sole donne importanti della mia vita. Le chiesi a quel punto se aveva la possibilità di far entrare nel gioco anche la ragazza di Marco, che io non conoscevo, e lei mi rispose che in quel momento era proprio in fianco a lei, schiumante di rabbia; l’aveva infatti chiamata immediatamente non appena aveva preso visione del contenuto del nastro. A meraviglia, ciò permetteva di accelerare i tempi. Le invitai a raggiungermi l’indomani mattina a casa mia, ma Laura, così si chiamava la ragazza, mi disse che loro avrebbero preferito incontrarmi subito. La cosa mi prese un po’ alla sprovvista, perché avrei preferito avere un po’ più tempo per organizzarmi, ma comunque accettai, nella speranza di poter concludere lo stesso qualcosa; diedi loro il mio indirizzo e le salutai.Chiusa la comunicazione mi affrettai a predisporre le cose. Ho già detto che il precedente inquilino del mio appartamento era un danese un po’ strambo, e quando avevo preso possesso della casa avevo notato che lui aveva realizzato delle nicchie nelle pareti delle stanze, nicchie decisamente insolite, sia per le loro dimensioni, ca. 30×30 cm di apertura per 20 di profondità (vivo in un vecchio edificio, fine ‘800, e le pareti sono molto spesse), che non si prestavano a grandi utilizzi, sia per la loro collocazione, a più di due metri di altezza. Un altro inquilino mi aveva spiegato che correva voce che nelle nicchie il tipo avesse nascosto delle camere a circuito chiuso, con cui riprendeva i suoi incontri galanti, e che proprio questo era all’origine della sua repentina partenza; si diceva che avesse ripreso la persona sbagliata, addirittura la moglie del questore di allora, e che il nastro fosse poi finito per errore in circolazione. A prescindere dalla fondatezza di tali voci avevo constatato che le nicchie effettivamente si prestavano ad accogliere delle videocamere, e quella sera decisi di tornare a proporre alle mie ospiti la “specialità della casa”. In soggiorno c’erano due aperture, che avevamo schermato, io e Gerry, con poster di grandi mostre d’arte che avevamo visitato in musei del nord Europa. Tolsi i poster e sistemai in una nicchia la videocamera digitale usata Venerdì, e nell’altra la vecchia camera super8. Con del materiale di fortuna riuscii, grazie alla mia passione per il modellismo, a preparare rapidamente dei sostegni che garantissero la corretta inclinazione alle videocamere, per ottenere la miglior inquadratura del divano. Per concludere praticai dei fori sui poster, in corrispondenza delle nicchie, confidando che le ragazze non li notassero grazie ad un uso sapiente dell’illuminazione.Terminai i preparativi giusto in tempo, e mentre mi davo una rinfrescata suonarono al citofono. Quando le ragazze uscirono dall’ascensore ebbi una graditissima sorpresa; Laura era cresciuta mantenendo tutte le sue promesse, e adesso era davvero una bella ragazza, molto somigliante a sua sorella: circa un metro e settanta, snella, capelli castani, ondulati, di lunghezza media, viso ovale con occhi nocciola molto espressivi, e una bocca molto ben disegnata, con labbra carnose senza essere eccessive (non aveva due orrende bistecche stile Parietti, per intenderci). Fece un accenno di sorriso quando mi vide, probabilmente imbarazzata al pensiero di ciò che avevo rappresentato per lei in passato, ed avanzò verso di me, lasciando finalmente uscire sul pianerottolo anche la ragazza di Marco. Lei era a dir poco strepitosa; alta, credo un metro e settantacinque, forse anche qualcosa in più, tanto che mi chiesi come potesse stare al fianco di mio cugino, slanciata, con un portamento fiero, il mento sollevato in segno di sfida verso il mondo, consapevole delle proprie qualità. Sotto alla camicetta di seta si intravedevano, grazie alla mancanza di reggiseno, due seni di tutto rispetto, pieni, alti, presumibilmente duri come il marmo, visto che non ondeggiarono minimamente mentre lei camminava risoluta verso di me. La lunga gonna nera, aveva due ampi spacchi che lasciavano poco da immaginare a proposito delle sue gambe, lunghe, affusolate, scattanti. I capelli erano biondi, lunghi fin sotto le scapole, lisci, di una luminosità straordinaria, anche sotto la pallida luce delle scale. Il viso, regolare, dai lineamenti marcatamente nordici, era impreziosito da due occhi vivacissimi, di un colore verde mai visto prima; era talmente intenso e profondo che in un primo momento sospettai che fosse dovuto alle lenti a contatto, ma mentre mi scostavo per farle entrare in casa la osservai di profilo e notai che non c’era traccia di lenti nei suoi occhi.Mentre chiudevo la porta di ingresso feci loro un cenno per invitarle ad accomodarsi in soggiorno, ed ebbi così modo di osservarle da dietro mentre si allontanavano: Laura era forse un po’ troppo snella, perché non mostrava grandi curve; il punto vita era appena accennato, e i fianchi erano stretti; in altre circostanze l’avrei forse definita un palo, carino ma pur sempre un palo, ma in quel momento non mi sentivo di fare lo schizzinoso. L’altra invece era eccezionale anche vista così: vita stretta, sovrastata da due spalle ampie (“Deve amare il nuoto”, avevo pensato), e due fianchi ampi, ma dalla curva dolcissima; avrebbe senz’altro potuto portare a termine una gravidanza senza problemi, a differenza di certe magrone che conoscevo. Il culo poi era strepitoso: alto, così alto che per raggiungerlo ci sarebbe voluta un’autoscala dei pompieri, e splendidamente modellato; in quell’istante desiderai di perdermi sotto quella gonna, e di risalire lungo quelle gambe fino a raggiungere quelle splendide colline di carne. Mi riscossi dal mio stato contemplativo quando vidi che Laura cercava vicino alla porta l’interruttore, probabilmente ritenendo insufficiente l’illuminazione che avevo predisposto in attesa del loro arrivo. Mi affrettai a raggiungerla per impedirle di accendere il lampadario, che avrebbe probabilmente svelato l’esistenza dei buchi nei poster: “Mi spiace, – dissi – lo so che non c’è molta luce, ma non possiamo accendere il lampadario perché deve esserci un problema all’impianto elettrico, e rischieremmo un bel black-out; sai, la casa è vecchia e gli impianti non sono mai stati rifatti per intero: una volta le prese, un’altra gli interruttori, e così via, e adesso ci sono tante giunzioni che vai a sapere qual è il punto in cui si verifica la dispersione.”Le due ragazze mi guardarono con sospetto, o almeno così parve a me, che temevo di essermi giustificato con troppo calore (excusatio non petita, accusatio manifesta, dicevano i giuristi romani), e cercai quindi di rassicurarle tornando a mostrarmi disinvolto, come se il nostro fosse un normalissimo incontro tra amici. “Ti trovo benissimo, Laura, davvero; non ti vedevo da tre anni, ma in questo tempo tu ci hai guadagnato, mentre io …, beh, io, lo vedi da te – dissi accarezzandomi la pancia, gonfiata ad arte – il lavoro in ufficio, la vita sedentaria …””No, no, stai benissimo, anzi, sei anche meglio di quando stavi con quella scema di Ely (sua sorella, N.d.A.).” rispose lei, regalandomi un sorriso stentato. “Scema? Che c’è, per caso sei ancora gelosa di lei?” chiesi io, ottenendo una reazione abbastanza veemente, segno che forse avevo colto nel segno. “Io non sono mai stata gelosa di lei: queste sono stronzate che va in giro a dire quella troietta, perché è convinta che solo a lei possono capitare storie coi bei ragazzi; per forza che ha i ragazzi, gliela sbatte in faccia, quella troia.” “Calma, calma, non volevo mica offenderti, tutt’altro; volevo proprio dire che tu hai ragione, che non hai motivo di essere gelosa di Elisabetta, perché tu in realtà sei molto meglio, e non hai bisogno di puttaneggiare in giro come fa lei.” Sono sempre stato convinto che il miglior modo per avere una donna ai tuoi piedi sia quello di fingere di credere alle palle che racconta per mascherare i suoi difetti; in quel modo, infatti, lei, che sa benissimo di aver detto una palla, si convince che tu sia un povero minchione che si beve di tutto, e a quel punto crede di averti in pugno. Anche Laura cadde nel tranello, e subito si addolcì: “Scusa, lo so che non volevi offendermi; tu sei sempre stato diverso dagli altri, meno stronzo, tant’è che l’hai piantata tu, e non hai aspettato di farti mollare.”, e mi fece un gran sorriso. Con questo la piccola Laura era convinta di solleticare il mio orgoglio e di tirarmi dalla sua parte, per potermi usare a suo piacimento, forse per consumare una duplice vendetta, verso Andrea e verso sua sorella, ma non aveva capito che io in realtà ero dispostissimo a farmi usare perché ciò tornava utile anche a me.Solo a quel punto mi rivolsi direttamente alla ragazza di Marco, che se ne era stata in disparte senza parlare: “Scusa, non mi sono ancora presentato; sono Stefano. Sai com’è, quando ci si rincontra dopo …” non mi lasciò terminare la mia banale frase di scuse e subito mi rispose, ignorando la mia mano tesa, con un gelido “Barbara”, che mi lasciò di sasso. La sventolona aveva l’aria di una che se la tira non poco, e questo poteva essere un ostacolo alla riuscita dei miei propositi vendicativi. Decisi comunque di non insistere direttamente con lei, e sforzandomi di essere un normale padrone di casa le invitai ad accomodarsi, a loro piacimento sulle poltrone o sul divano, e chiesi loro se desiderassero qualcosa. Barbara bofonchiò un “No, grazie” altrettanto gelido della sua presentazione, e si diresse risoluta verso una poltrona, scelta evidentemente perché le garantiva che non mi sarei potuto sedere vicino a lei; Laura invece si accomodò proprio al centro del divano, e mi chiese di prepararle un cocktail che non avevo nemmeno mai sentito nominare. Quando le dissi che non sapevo cosa fosse mi sfotté amabilmente, dicendomi che ero proprio un matusa se non conoscevo il vero “must” di quell’estate, richiestissimo nei principali locali della nostra città, ed infine mi disse che si sarebbe accontentata di una vodka ghiacciata. “Ah, però! – feci io – Ti sei data ai superalcolici, vedo; pensare che tre anni fa bastava mezzo bicchiere di birra per farti barcollare.” Le diedi comunque la vodka richiesta, e chiacchierammo in modo inconcludente per alcuni minuti; infine mi rivolsi direttamente a Barbara e le dissi: “Scusa la domanda indiscreta, tanto se vuoi puoi benissimo non rispondere che non mi offendo, visto che mi hai già abbondantemente fatto capire che non ti vado a genio; tu di dove sei? Te lo chiedo, primo perché non ti avevo mai vista in giro, qui in città, e tu non passi certo inosservata (e qui sul suo viso comparve una leggera smorfia, come un sorrisino compiaciuto subito represso), secondo perché da quel poco che ho potuto sentire della tua voce, mi sembra che tu abbia un accento straniero.”Lei si mosse come per cercare una posizione più comoda, ed infine, dopo un breve silenzio, sollevò la testa e guardandomi fisso negli occhi rispose: “Risponderò lo stesso alla tua domanda, anche se non mi vai a genio, come dici tu, e ti spiegherò anche il perché. Non mi hai mai visto prima perché mia madre è sudafricana, e quando avevo undici anni, alla morte di mio padre, che era di qui, sono tornata con lei a vivere nel suo paese natale, nel Northern Transvaal, e l’accento straniero è dovuto al fatto che pur avendo poi frequentato una scuola italiana laggiù, in casa nostra ho sentito parlare solo boero, che è quasi come l’olandese. Adesso sono tornata in Italia perché mio fratello maggiore, che era già tornato tre anni fa per fare il militare, mi ha chiesto di raggiungerlo, perché vorrebbe utilizzare alcuni beni che mio padre ci aveva intestati prima di morire, colla clausola che non potevano essere venduti prima che fossimo maggiorenni; adesso che ho compiuto anch’io diciott’anni, eccomi qua … Il motivo per cui mi stai sulle palle è semplicissimo: chi cazzo sei tu, che ti permetti di mandarmi una videocassetta in cui il mio ragazzo e suo fratello si scopano una troia? Con che diritto pensi di potermi far soffrire così?”.A questo punto si fermò, continuando a fissarmi con aria di sfida, attendendo una risposta, che mi affrettai a darle: “Io sono il ragazzo della troia che Marco scopava e Andrea inculava, ecco chi sono io, e se permetti credo che questo mi dia qualche diritto di metterti a parte di quello che ho, ahimè, scoperto; non so quanto tu possa aver sofferto nel vedere quelle immagini, ma ti assicuro che è niente rispetto a quello che ho sofferto io; io alla mia ragazza ho dato tutto, ho affrontato con lei negli ultimi anni problemi e sofferenze tali che non credo proprio che tu possa averne vissuti di simili al fianco di Marco, e questo ha reso ancor più doloroso per me il suo tradimento. Nella copia del nastro che vi ho fatto avere purtroppo per un problema tecnico manca il sonoro, ma vi assicuro che quello che si dicevano quei tre era disgustoso, e non mancavano insulti e scherni di ogni genere anche nei vostri confronti. Per questo ho pensato che avrei potuto trovare in voi delle alleate nella mia sete di vendetta. Se ho sbagliato, e a te non importa vendicarti, allora è inutile che tu resti qui; addio, e ti prego di scusarmi per il dolore che ti ho causato. Se invece anche tu provi il mio stesso sentimento di umiliazione, e desideri fargliela pagare, allora forse insieme possiamo trovare il modo.”Barbara si lasciò andare sulla poltrona, ed emise un “Va bene” appena intelligibile, seguito da scuse imbarazzate: “Mi spiace … voglio dire, non sapevo fosse la tua ragazza.”Intervenne a quel punto Laura, che cominciava a mostrare gli effetti della vodka, e con una certa difficoltà riuscì a chiedere: “Tu cosa suggerisci per punire quegli stronzi?”. “È evidente che la prima cosa che viene in mente quando scopri che qualcuno ti scopa la donna è di scoparti la sua, perché così in una botta sola ti vendichi di tutti e due, ma è una soluzione troppo banale; sia chiaro, e scusate la franchezza, io personalmente sarei ben felice di venire a letto con voi, ma lo farei perché mi piacete; siete due ragazze stupende, ognuna a suo modo estremamente sensuale, e per questo credo che sarebbe avvilente dover scopare con voi due solo per vendicarmi, e sono convinto che una cosa del genere sarebbe ancor più deprimente per voi. Io credo che se ci piacciamo non abbiamo bisogno dell’alibi della vendetta per divertirci insieme, ma se non ci piacciamo affatto la sete di vendetta potrebbe spingerci a fare una cosa per cui poi proveremmo solo pena e disgusto.” Il mio discorso fin qui sembrò averle colpite, perché mentre gli dicevo a più riprese che me le sarei volentieri scopate gli dicevo anche che pensavo fosse bene non farlo, facendo scattare in loro la molla del bastian contrario, cioè quel particolare meccanismo psicologico che spesso spinge la gente a darsi da fare per far cambiare opinione agli altri.. Ripresi perciò le mie argomentazioni: “La cosa più grave poi sarebbe che noi faremmo agli occhi dei nostri partner una figura meschina, di gente senza fantasia, vendicativa, che non ha saputo far altro che correre a cercare gli altri cornuti per ottenerne un misero conforto.””E allora, cosa proponi, in definitiva?” fu Barbara ad intervenire, stavolta, cominciando a mostrarsi interessata ai nostri discorsi. “Te lo spiego tra un attimo – risposi – ma prima ho bisogno di bere anch’io qualcosa. Tu sei certa di non volere nulla? Ti avviso che la proposta che sto per farvi è piuttosto forte, e forse avrai bisogno di qualcosa per tenerti su.” Lei sembrò piuttosto impressionata da questa mia affermazione, e dopo un attimo di riflessione rispose: “Va bene, prenderò anch’io una vodka, allora.” “E io farei il bis.” aggiunse Laura. Andai in cucina, riempii i bicchieri delle due ragazze di liquore, mentre nel mio versai una minima parte di vodka e per il resto acqua; tornai in soggiorno e mi feci vedere a trangugiare d’un fiato la mia miscela, mentre loro affrontavano la vodka purissima a piccoli sorsi.Ripresi a parlare, ma stavolta mi sedetti sul divano vicino a Laura, in una posizione da cui però la mia attenzione era chiaramente indirizzata verso Barbara, la quale ora, rilassatasi un po’, giaceva leggermente allungata sulla poltrona, colle gambe lasciate abbondantemente scoperte dagli spacchi della donna. “Vi ho detto che l’audio di quella cassetta era, diciamo così, interessante. I vostri due ragazzi, in particolare, mentre scopavano non facevano altro che lodare la bravura e la porcaggine della mia ragazza, al cui confronto, a loro dire, voi sareste state come due suorine frigide ed imbranate; sono giunti persino a dire che lei era più bella di voi, e questo, francamente, e lo dico a malincuore, mi sembra eccessivo; la mia ragazza non sarà un cesso, ma non ha nemmeno queste doti particolari di bellezza, mentre voi due …” E lasciai la frase in sospeso, per dar tempo alle ragazze di compiacersi del complimento, dopodiché riattaccai: “Ovviamente in quei discorsi ce n’era anche per me, che venivo definito frocio, impotente, subdotato, ecc., tutte accuse che ovviamente so che sono false; basti dire che da quel che ho visto i miei cari cugini ce l’hanno più piccolo e durano molto meno di me. La mia idea di vendetta è decisamente semplice: fare in modo che i tre stronzi scoprano che razza di tesori avevano per le mani, e si pentano quindi di essere andati in giro a cercare emozioni supplementari. Anche per questo penso che una scopata tra noi non potrebbe bastare a risolvere la faccenda, perché se poi io dicessi meraviglie di voi e voi di me il tutto sembrerebbe scontato, poco spontaneo. L’altro punto è che loro potrebbero benissimo non crederci, dire che ci inventiamo tutto, e cose del genere. Quello che io vi voglio proporre permetterebbe di superare entrambi questi ostacoli. Tu, Laura, sai che io ho giocato a rugby per anni, e sai anche che molti miei compagni di squadra hanno dei fisicacci niente male; la mia idea sarebbe di simulare un sequestro-lampo; voi due dovreste convincere i miei cugini a venire con voi in un dato posto, isolato, dove farebbero poi irruzione sette-otto di questi miei amici; a quel punto dovreste recitare una piccola messinscena; mentre alcuni terrebbero sotto controllo i vostri ragazzi, voi due verreste trascinate in disparte, in un posto dove non sareste visibili ma sareste udibili, e lì fingereste di essere scopate a turno dai vostri sequestratori, di cui alla lunga dovreste fingervi quasi innamorate, lodandone le doti fisiche e le capacità amatorie. Il tutto dovrebbe essere condito da qualche umiliazione di Marco e Andrea, giusto per ripagarli della stessa moneta. Sia chiaro, la scena dovrà essere davvero ben recitata, il che vuol dire che voi dovrete accettare qualche palpeggiamento di fronte ai due stronzi, e dovrete lasciarvi stracciare in malo modo i vestiti, perché non è pensabile che un gruppo di stupratori rispetti le proprie vittime di fronte ai loro morosi e le restituisca con gli abiti intatti. Ecco, questo è il mio piano, adesso sta a voi vedere se ve la sentite. Ha il pregio che non sareste per forza costrette a scopare con qualcuno, e così potreste conservare il rispetto di voi stesse.”Ci fu un lungo istante di silenzio, in cui potevo chiaramente percepire il respiro delle due ragazze, reso affannoso dalla tensione e forse anche dall’alcool. Mi voltai verso Laura, e le presi una mano tra le mie; cominciai ad accarezzarle prima il dorso della mano, poi il polso, ed infine passai all’interno dell’avambraccio; questo era un punto che faceva eccitare moltissimo sua sorella Elisabetta, ed ero curioso di vedere se per caso la distribuzione delle zone erogene aveva una marcata componente genetica. Mentre insistevo nella mia carezza ripresi a parlare: “Allora, Laura, cosa ne dici? Ti va la mia idea, o tu hai qualche altro piano per riuscire a vendicarti senza sporcarti e senza abbassarti al loro livello?”. Lei sembrava in estasi, evidentemente anche il suo avambraccio era sensibile come quello della sorella, e per alcuni istanti fu incapace di rispondere; alla fine, avvicinatasi a me, cominciò coll’altra mano a restituirmi la carezza, e nel farlo disse: “No. Nessun altra idea. La tua va bene, ma ho un po’ paura, non vorrei che qualcosa andasse storto, che Marco o Andrea reagissero ad esempio, o che … ” e qui si interruppe, abbassando lo sguardo. Io allungai una mano e le sollevai il mento, trasformando poi il movimento in una carezza sulla guancia, lenta e leggerissima, e fissandola negli occhi dissi: “Non temere, noi rugbisti siamo in grado di immobilizzare una persona rapidamente e senza fare del male; il nostro è uno sport di forza, meno violento di quanto sembri, e si impara rapidamente a bloccare le braccia dell’avversario, soprattutto in mischia. Oltretutto non credo che i miei cugini siano i tipi degli eroi, anzi, sono pronto a scommettere che si dimostreranno dei veri conigli, e questo sarà uno dei motivi di umiliazione per loro. Per quanto riguarda l’altro tuo timore, sta tranquilla, nessuno dei miei amici passerà il segno con voi; sono tutti della mia età, gente che ormai sa controllare il proprio pisello, e se anche lo tira fuori per inscenare uno stupro non cede alla tentazione di metterlo per forza nel primo buco che gli capita a tiro. Gli darò istruzioni molto chiare sul punto, e con tutta probabilità sarò presente anch’io, mascherato in mezzo agli altri, e comunque sarete voi e soltanto voi, se ne avrete voglia, a decidere se e con chi non limitarvi alla finzione, e a stabilire il limite oltre il quale non sarete disposte ad andare. Sono pronto a scommettere che loro non si tireranno indietro se voi vorrete far qualcosa, anziché limitarvi a fingere, e ti assicuro che sono dei bei ragazzi, quindi vedi bene che da quest’idea per voi potrebbe scaturire anche qualcosa di piacevole, al di là della semplice vendetta.”
Laura mi guardava adesso con occhi strani, mentre io continuavo ad accarezzarle il viso, poi improvvisamente si sporse verso di me, socchiudendo gli occhi, e afferratami la mano se la portò sul seno, mentre con le labbra giunse a sfiorare la mia bocca; dopo un attimo di esitazione la pressione si fece più decisa e le sue labbra si schiusero, avvolgendo e risucchiando le mie. Tombola! Sapevo che tutto il continuare a parlare della possibilità, ma non della necessità, di scopare, l’avrebbe eccitata, soprattutto all’idea di poterlo fare con molti maschi più grandi di lei; anche l’idea dello stupro di gruppo sapevo che poteva essere arrapante, perché molte ragazze con cui ero stato in passato mi avevano confessato fantasie erotiche di quel genere, e a lei offrivo la possibilità di realizzarle nel modo meno traumatico e pericoloso possibile. La mia speranza, rivelatasi esatta, era che l’eccitazione ad un certo punto la spingesse a cercare soddisfazione con l’unico maschio disponibile in quel momento, cioè con me. Un istante dopo era già in piedi di fronte a me, che approfittai della circostanza per slacciarle i pantaloni, che scivolarono subito a terra, lasciando scoperte due gambe dritte, sode, non molto formose in verità, ma certamente piacevoli. Cominciai a carezzarle le cosce, apprezzandone la vellutata morbidezza e lo straordinario calore, che aumentava incredibilmente in prossimità dell’inguine. Lei nel frattempo si sfilò la maglietta, scoprendo due tettine ancora acerbe, tonde, con piccoli capezzoli scuri e areole leggermente più chiare, anche queste di dimensioni contenute. Rapido portai la mia bocca ad impossessarsi di uno di quei due bottoncini, che dimostrò una straordinaria reattività diventando rapidamente duro. Laura mi accarezzava silenziosamente la nuca e le spalle, mentre io stendevo l’area delle mie carezze, colle mani che ormai vagavano senza freni su tutto il corpo; dopo averla attirata ancor più verso me accarezzandole la schiena, scesi ad afferrarle il culo con un energico massaggio, e poi iniziai risolutamente ad abbassarle gli slip, senza che lei manifestasse il minimo disappunto. Lei era ormai nuda di fronte a me: le afferrai una gamba e le feci appoggiare un piede sul divano, al mio fianco, ottenendo in tal modo un facile accesso alla sua zona più intima. Colle dita cominciai a farmi largo fra la sua peluria scura e riccia, giungendo rapidamente a contatto delle grandi labbra. Portai la mano alla bocca ed insalivai indice e medio, per poi tornare ad accarezzare le ali carnose che rinchiudevano ancora il suo scrigno del piacere; con studiata lentezza feci passare i polpastrelli tra le due labbra per separarle, e poi ripercorsi il tragitto in direzione opposta, facendo stavolta penetrare più a fondo le dita. Laura cominciò a gemere sommessamente, ed ogni volta che le mie dita si introducevano ulteriormente lei tratteneva brevemente il fiato. Dopo alcune lente passate avanti e indietro risalii decisamente verso il clitoride, e lo stimolai con alcuni rapidi tocchi del polpastrello, finché non si indurì e si sollevò quel tanto che bastava ad afferrarlo tra pollice ed indice; a questo punto iniziai un leggero massaggio circolare colle dita, che fece letteralmente impazzire Laura, ma di improvviso mi fermai e quasi con brutalità le affondai il medio nella vagina. Lei trasalì, e si afferrò spasmodicamente alla maglietta sulle mie spalle, ma subito si rilassò, e quando cominciai a muovere su e giù il dito, facendolo ruotare per stimolare vari punti sulle pareti della vagina, lei emise un profondo sospiro di soddisfazione, e mi incitò sommessamente a continuare. L’umidore che colava sulle mie dita mi faceva però capire che lei era ormai pronta per la penetrazione, perciò la lasciai andare, la feci sdraiare sul divano e mi alzai per spogliarmi a mia volta.Mi stavo sfilando la maglietta quando sentii due mani cingermi da dietro; era Barbara, che si era alzata silenziosamente dalla poltrona ed era scivolata alle mie spalle. “Ti do una mano”, mi sussurrò nell’orecchio, e terminò la frase con un leggero morso al lobo. Io restai immobile mentre lei da dietro mi slacciava la cintura e sbottonava la patta, ma feci molta fatica a non saltare per aria quando lei infilò fulmineamente le mani sotto l’elastico delle mutande e mi afferrò il cazzo, stringendolo con forza. Dopo alcuni secondi allentò la presa, e le sue mani si ritirarono delicatamente, fino ad afferrare l’elastico sui miei fianchi; di nuovo un movimento brusco, e pantaloni e slip scivolavano rapidamente in basso, lasciandomi nudo alla vista di Laura. “Hai ragione, – disse – ce l’hai più grosso di Andrea, ed anche più bello. Vieni da me, lo voglio.”, e mi afferrò per i fianchi tirandomi verso di lei. Io avrei preferito dedicarmi a Barbara, che sapevo essere ancora vestita alle mie spalle, ma Laura mi aveva ghermito l’uccello come un rapace, e rizzandosi a sedere aveva rapidamente cominciato a spompinarmi; ci sapeva fare, nulla da dire, ma mi sembrava un po’ troppo meccanica, poco appassionata, per cui le magnifiche sollecitazioni che la sua lingua e le sue labbra donavano al mio cazzo non riuscivano ad eccitarmi veramente. Lei si dovette accorgere presto che non rispondevo adeguatamente al suo impegno, perché d’improvviso si staccò da me e disse: “Però, è vero anche che sei più resistente; Andrea, basta che o sfiori colla lingua, e subito viene come un bambino. Scopami, fammi sentire tutto il tuo cazzo fino a sfondarmi l’utero; stavolta che ho per le mani un pezzo di ferro simile me la voglio proprio godere.” Subito si lasciò andare lunga e distesa sul divano, e io mi precipitai su di lei, ben deciso a dimostrarle che cosa voleva dire essere scopata sul serio. Con pochi colpi la penetrai completamente, e una volta giunto a fine corsa cominciai una serie di lenti dentro e fuori, che mi portavano ad uscire quasi completamente per poi tornare ad affondare, col cazzo fasciato dai suoi stretti muscoli vaginali. Lei rispondeva ad ogni mio affondo con una spinta pelvica che portava i nostri ossi pubici a scontrarsi con un’asprezza che sembrava esserle particolarmente gradita; si stava rivelando un’amante decisa, consapevole, partecipe e attiva nel cercare il suo godimento, come non ero più abituato ad incontrarne dacché avevo cominciato la mia relazione con Gerry. Decisi di aumentare il ritmo, riducendo la profondità delle spinte, e per parecchio tempo, alcuni minuti, andammo avanti così, con me che la pistonavo e lei che ad ogni mio colpo diceva “Sì”. Quando mi accorsi che cominciava ad avere il respiro più affannoso e non riusciva più ad incitarmi a tempo colle mie spinte, uscii da lei, e cominciai a passarle il glande lungo lo spacco della figa. Laura cominciò a implorarmi di rientrare in lei, e col bacino si muoveva in modo di riportare il mio cazzo nella calda tana della sua vagina, ma io le sfuggii finché non mi parve giunto il momento di riprendere il lavoro interrotto, e approfittando della sua dilatazione e della posizione che aveva assunto nel tentativo di risucchiarmi, la penetrai violentemente, con un solo affondo che la lasciò stupefatta, senza fiato. Baciandola sul viso le sussurrai: “Mi hai sentito, vero?” e lei, colle guance rigate dal pianto, rispose: “Oddio… sei un bastardo; potevi uccidermi, spaccarmi in due … ma mi è piaciuto tantissimo, rifallo, ti prego.” Non le risposi, perché sarebbe stato troppo lungo spiegarle che un giochino del genere non può riuscire se la donna se lo aspetta, perché richiede una apertura totale e senza remore; mi limitai a riprendere i movimenti lunghi e potenti dell’inizio, accompagnandoli con carezze e baci su tutto il suo corpo, ed in breve tempo, anche grazie alla sua abilità pelvica, la portai all’orgasmo, un orgasmo sfrenato, gridato come una liberazione, come se Andrea fosse stato presente ad assistere alla scena. La carezzai dolcemente mentre continuavo i miei movimenti dentro di lei, anche se sempre più smorzati, di pari passo col calare della sua eccitazione, e quando alla fine ebbe recuperato, baciandola appassionatamente mi staccai da lei.
E la barca va…
23 Novembre 2023
