Notte- Chi? Mio marito? Ma fammi il piacere. Non gli verrebbe il minimo sospetto neanche se ci vedesse insieme tutti e quattro. Il suo unico pensiero è il lavoro: lo stramaledetto lavoro e nient’altro. — Ma come fai a giustificare i tuoi rientri all’alba?- – Gli dico che vado a cena con le mie amiche. — E lui ci crede sempre? — Ehi bello, sei qui per scopare o per farmi un interrogatorio? Vieni qui; lo vedi a forza di chiacchiere come ti è diventato il pisellino? Tutto piccolo e raggrinzito. Vieni, dammelo in bocca che ci penso io a fartelo diventare nuovamente duro. -La donna, sulla quarantina, ancora bella e molto ben fatta, era nuda, sdraiata di fianco sullo squallido letto della camera d’albergo ad ore. Abbondantemente alticcia: frutto dei martini che aveva bevuto mentre tentava di rimorchiare quel gruppetto di tre ragazzi poco più che adolescenti, che al bar gli facevano il filo.Ai ragazzi non era parso vero che una strafica del genere si lasciasse rimorchiare proprio da loro e per giunta avesse anche voluto pagare l’albergo.Quello cui si era rivolta per prenderglielo in bocca e farglielo tornare duro, era il più giovane, forse neanche ventenne. Si avvicinò, quasi vergognoso di non essere riuscito a mantenere l’erezione mentre i suoi compagni continuavano a pomparla contemporaneamente uno in fica, l’altro nel culo.- Accidenti, è bastato poco. – disse staccandosi sorpresa dal cazzo che le si era gonfiato all’improvviso in bocca – Ma lo sai che ce l’hai molto grosso? Quasi quasi ti faccio prendere il posto di uno dei tuoi amici. -Era molto timido, evidentemente dipendente dagli altri due – Se hanno fatto…– Ma si, – disse quello che le stava piantato nel secondo canale, – vieni qui al posto mio. Sarà una cosa fantastica venirle in bocca mentre le spani il culo con quell’affare enorme che ti ritrovi e la fai urlare per il dolore. -Non urlò per il dolore, anche se il ragazzo le fece veramente male entrando, ma fu per tutti egualmente una cosa fantastica.Eccitati dalla situazione, godettero più volte scambiandosi continuamente di posto.Quando fu evidente che non avevano più niente da dare, la signora li mandò via piuttosto bruscamente. Loro non ci fecero caso. Erano troppo felici per la fortuna capitata.Fece una doccia, si rivestì con cura, pagò in contanti il conto della camera e con molta prudenza guidò fino a casa. I fumi dell’alcool non erano affatto svaniti, anzi, si mescolavano alla spossatezza ed al senso di appagamento che stavano sopraggiungendo.Era quasi l’alba quando si richiuse silenziosamente alle spalle la porta blindata della villa.Alla scarsa luce delle lampade del giardino che filtrava dalle pesanti tende delle finestre, si diresse nel salone per un solitario bicchiere della staffa. Riempì il bicchiere con una generosa dose di brandy e si gettò di schianto sul divano. Era sazia. Si crogiolò nel ricordo della serata. Non male, anzi, molto bene. Tre giovani stalloni in un colpo solo non era roba da tutti i giorni; quello più giovane, poi, con quel manganello fuori misura… . Neanche lei sapeva come aveva fatto a non gridare quando le era entrato dietro tutto d’un colpo. Poi, però, quando si era potuta rilassare… . Ah, che meraviglia sentirsi piena in quel modo, con due cazzoni che entravano ed uscivano alternativamente dai sui buchi; e quell’altro poi, sentiva ancora le sue mani sulla testa mentre glielo spingeva giù, in gola. Quasi l’aveva fatta soffocare con gli schizzi di sperma.Sospirò, assaporando ancora quelle magnifiche sensazioni.Guardò l’orologio: quasi le cinque. Era ora di andare a letto. Finì di bere, ed alzandosi posò il bicchiere sul basso tavolo di legno massello. – Si, – ripromise a se stessa parlando con voce assonnata – vale proprio la pena di ritrovarli. — Chi è che devi ritrovare? – La voce del marito proveniente dalla veranda coperta le fece gelare il sangue. Che accidenti ci faceva ancora alzato a quell’ora?- Sei tu caro?- chiese tentando a fatica di riacquistare il suo sangue freddo.- Certo che sono io, cara, chi vuoi che sia? Com’è andata la serata? – Entrando chiuse la portafinestra e si diresse verso il lussuoso bar.La donna lo guardò, ancora completamente vestito, mentre ingollava, tutto d’un fiato un bicchiere di rum giamaicano, il suo preferito.- Allora? Com’è andata? Ti sei divertita? — Il solito, sai com’è, no? Un ristorantino abbastanza ben messo, quattro chiacchiere, qualche pettegolezzo… roba di donne. Ho fatto un po’ tardi perché Teresa e Carla erano senza macchina e le ho accompagnate a casa. Ma tu piuttosto, com’è che sei ancora alzato? — Non riuscivo a prendere sonno; ho delle decisioni piuttosto importanti da prendere e non so bene cosa fare. — Cosa ti è successo? Una cosa grave? — In un certo senso si, grave ma anche strana, dopo quello che mi hai detto. Ho chiamato verso le undici e trenta l’ingegner Ferlizzi per ricordargli una pratica che deve essere pronta per domani, e sai chi mi ha risposto? -Un forte campanello d’allarme cominciò a suonare nella testa della donna.- Penso la filippina, è sempre lei che risponde quando chiamo Luisa. — No, mi ha risposto proprio Luisa che stava giocando a carte e indovina un po’ con chi? Proprio con Teresa, Carla ed Elisabetta. Pensa che erano rientrate prima delle undici dalla cena con te e visto che era ancora presto, avevano organizzato una partita a bridge. -La donna restò di sasso. Il cervello si rifiutava di funzionare per trovare una spiegazione plausibile. Era nei guai; e seri, per giunta.- Cos’è, sei diventata muta? Non hai una scusa pronta per l’occasione? – Il suo tono era cambiato di colpo. Nessuna nota amichevole, puro acciaio. Si versò un’altra abbondante dose di rum, con ghiaccio questa volta. – Vedi cara, anche se avessi avuta la miglior scusa del mondo, questa volta ti sarebbe servita a ben poco. Meno di un’ora fa, ho ricevuto via fax l’ultimo rapporto dell’investigatore che ti ho messo alle costole da oltre un mese. Lo vuoi leggere? Vuoi leggere anche il resoconto completo che mi ha consegnato oggi pomeriggio? – Gettò sul divano una busta rigonfia di carte e fotografie, cui ebbe appena il coraggio di gettare un fugace sguardo prima di chinare nuovamente il capo. – Sono interessanti. C’è di tutto: Il tuo pomeriggio con il proprietario della palestra, le nottate con gli scaricatori dei mercati generali, il magnaccia che hai rimorchiato e che voleva farti battere per lui. Ecco, quello, se lo rintracci, forse potrà tornarti utile. Ah, dimenticavo, il fax riguarda i tre ragazzotti di questa notte. -La donna crollò di schianto sul divano. Non svenne, ma sentì il sangue defluirle dal cervello, dalle braccia, da tutto il corpo. Si sentì vuota. Le restava appena la forza per respirare.La mazzata finale le arrivò dalle ultime parole del marito.- Ti ho preparato una valigia con tutto quello che ti può servire per qualche giorno. Il resto te lo spedirò quando farai sapere al mio avvocato il tuo nuovo indirizzo. Ora chiamati un taxi e vattene prima che mi dimentichi di essere un gentiluomo. Uscendo lascia sulla consolle all’ingresso le chiavi di casa e delle macchine, così eviteremo altri brutti fastidi in seguito. -In un lampo la donna fu cosciente di cosa le stava accadendo: stava perdendo tutto, proprio tutto. Vita agiata, macchine, gioielli, viaggi, lusso. Non le restava niente. Sarebbe dovuta tornare a fare la piccola dattilografa in qualche squallido ufficio. Dal divorzio in quelle condizioni non avrebbe ricavato nulla, neanche un piccolo mensile: niente. Il pensiero del divorzio le fece realizzare che stava perdendo sopratutto la cosa più importante, l’unica cosa cui era, a modo suo, veramente attaccata: il marito. Nonostante quello che diceva di lui ai suoi occasionali amanti, lei gli voleva veramente bene. Lo amava, a modo suo, ma lo amava. Gli amanti, le scopate occasionali, le orge erano solo l’appagamento del suo incontenibile bisogno di sesso; l’amore non c’entrava nulla. Lei amava suo marito, in modo totale, viscerale e non voleva perderlo. Del resto non le fregava nulla: avrebbe anche potuto, d’ora in poi, vivere come una mendicante, ma non senza suo marito, il suo spirito, la sua bontà, la sua comprensione, la sua pazienza: ecco proprio quella pazienza che lei aveva messo a dura prova con il suo comportamento sciocco e leggero. Per lei le sue scappatelle non erano altro che leggerezze, svogliature, non tradimenti. Tutti questi pensieri le esplosero chiari nel cervello, nei brevi istanti che lui impiegò a finire il suo drink e ad avviarsi mestamente verso la porta del salone. – Aspetta, ti prego, non andartene così, ti scongiuro, parliamone. – Non ebbe la forza di rincorrerlo, di fermarlo. Scoppiò in un pianto dirotto che le tolse ogni energia.Per come la conosceva, tutto si sarebbe aspettato fuorché quella reazione. Aveva previsto una lite furibonda, strepiti, urla e minacce, non quella silenziosa ammissione, quel pianto disperato.- Cos’altro vuoi che ci sia ancora da dire? Non ti sembra abbastanza? -Fu preso da un’ira furibonda verso se stesso per averle rivolto quelle ultime parole. Si era ripromesso di uscire in silenzio, senza aggiungere altro, invece, non riusciva a dominarsi. Voleva sfogarsi, vendicarsi con quella donna per ciò che gli aveva fatto. Colpirla, ferirla, come lei lo aveva ferito nei suoi sentimenti più profondi.- Vuoi forse raccontarmi di qualche altra avventura di cui non sono a conoscenza? Grazie, quelle che so mi bastano e avanzano per tutta la vita. – Si meravigliò lui stesso della cattiveria insita in quelle parole, non erano da lui; ma doveva pur sfogarsi in qualche modo. Gli riuscì difficile capire, tra i singhiozzi, cosa stesse dicendola moglie. Capì soltanto che lei non aveva udito le sue parole. Aveva continuato a parlare, incurante di quello che lui diceva e tra un singulto e l’altro gli stava chiedendo perdono, lo stava implorando di non scacciarla.- Ti prego, ti imploro, io ti amo. Lo so che mi sono comportata male, che ti ho fatto male, che merito veramente di essere scacciata, ma ti prego, dammi una possibilità, una sola!. Ti scongiuro, perdonami. — Ora chiedi perdono? Ora che hai fatto i tuoi porci comodi con mezza città, ora che mi hai distrutto dentro, ora piangi? Ti farei piangere io, si, ma a modo mio! Altro che perdono. Ti conviene andartene prima che perda veramente le staffe. — Perché non vuoi credermi? Si, lo so, mi sono comportata male, è vero, lo riconosco. Ma io ti amo. – Finalmente trovò la forza di alzarsi e di gettarsi in ginocchio ai suoi piedi afferrandogli una mano che lui tentò inutilmente di divincolare. – Cosa vuoi che faccia per farmi perdonare? Vuoi che non esca più di casa? Lo farò, non uscirò mai più! Vuoi che viva come l’ultima delle serve? Sarò la migliore e più umile serva che tu abbia mai avuto, ma ti prego, non scacciarmi. -Lo guardava, dal basso in alto, con gli occhi gonfi di quelle lacrime che le avevano bagnato tutto il bel volto. Lui la guardò freddamente e tentò ancora inutilmente di liberare la mano dalla stretta della moglie.- Dimmi, cosa debbo fare per dimostrarti che sono sincera e veramente pentita? Vuoi punirmi? Si, puniscimi come vuoi, quanto vuoi, fammi tutto quello che ti pare, picchiami fino a farmi svenire, ma ti prego, alla fine, perdonami. Vedrai, non te ne pentirai. Mai, per il resto della vita, te lo giuro. -A quelle parole l’uomo sentì un brivido percorrergli la schiena: era vero, voleva veramente picchiarla, punirla, farle cose atroci proprio per ripagarla in quel modo di tutto l’inutile amore che le aveva donato, che ancora, nonostante tutto, provava per lei. Lei intuì che qualcosa era improvvisamente cambiato o stava cambiando. La mano, che prima serrava inerme, ora aveva preso vita, si era indurita e stava stringendo il suo polso fino a farle male.Capiva di star veramente camminando sul filo del rasoio: un battito di ciglia sbagliato e quella piccola crepa che si era aperta nell’intransigenza di suo marito si sarebbe sigillata nuovamente e per sempre. D’altro canto, non poteva lasciare a lui l’onere della prima mossa. Era troppo maledettamente gentiluomo per prendere un’iniziativa del genere. Continuò come se non si fosse accorta di niente.- Si, puniscimi, ogni momento, ogni ora, tutti i giorni, per una settimana, per un mese, per un anno, non mi importa. Picchiami, legami, frustami, fammi tutto quello che vuoi, me lo merito, ma ti prego, perdonami. — Tu veramente vorresti che ti facessi tutto quello che dici pur di avere il mio perdono? – L’uomo era veramente perplesso. Mai e poi mai avrebbe immaginato una cosa del genere. Non gli rispose, ma si precipitò verso il ripostiglio dell’ingresso da cui tornò porgendogli uno dei loro frustini da cavallerizzo. – Ecco, prendilo ed usalo subito, e poi più tardi, e domani appena ti alzi, ed ogni volta che mi vedi fin quando non avrai deciso che merito il tuo perdono. Usa questo o qualsiasi altra cosa tu voglia usare per punirmi, ma fallo, ti prego, e poi perdonami. -Di colpo l’uomo si accorse che era proprio questo che aveva inconsciamente sognato fin da quando aveva letto il rapporto dell’investigatore.Strappò con impeto il frustino dalla mano della moglie. – Va bene, se preferisci questo ad andartene, mi sta bene. Avrò tutto il tempo ed i modi per verificare se sei veramente pentita. -Non gli lasciò terminare quello che stava dicendo; lo abbracciò baciandolo sulle guance, sulla bocca, sulle mani. – Grazie, grazie amor mio. Soltanto in questo momento che ti stavo perdendo ho capito quanto ti amo, e come sono stata stupida nel voler cercare altri piaceri. — Non ringraziarmi anticipatamente. Non ti ho perdonata. Ho soltanto accettato la tua proposta. Per il prossimo anno, quindi, questa non sarà più la tua casa, ma il castello di Rossy, in cui verrai trattata come una schiava da addestrare. Il libro lo hai letto. Sai di cosa sto parlando e cosa ti aspetta: forse di più ma certamente non una virgola di meno. Se non ti va, la porta è ancora aperta, se insisti nel mantenere la tua proposta, quella porta per te resterà sigillata finché non sarò certo che ti sei meritata il mio perdono. -La donna non ebbe dubbi, lentamente, come se stesse compiendo un rito sacro, andò alla porta d’ingresso, chiuse la serratura di sicurezza con la sua chiave e la consegnò al marito senza dire una parola: la scelta era fatta.- Preparami una buona dose di rum con due cubetti di ghiaccio, – ordinò sedendosi sulla sua poltrona preferita, – poi raccontami per filo e per segno cosa avete fatto questa sera tu ed i tuoi giovinastri. -La donna restò sorpresa per la richiesta. Pensava fosse un capitolo da dimenticare, non da raccontare. – Io veramente pensavo che … -Non finì la frase. Una staffilata, non molto forte, ma sufficiente a farle esplodere un’ondata di dolore dalla schiena, su, fino al cervello, la colpì di traverso tra natica e coscia. Forse però, le fece ancora più male il tono tagliente con cui l’apostrofò il marito – Tu non devi pensare: devi soltanto fare quello che ti ordino. Prepara il drink e poi racconta. -Non impiegò molto a raccontare con sufficiente precisione tutto quello che aveva fatto, e si era fatta fare dai tre.- Bene, ora so qualcosa dei tuoi gusti che non sapevo. Ti sarebbe bastato chiedermelo ed avresti potuto farlo con me e forse anche meglio. Ma non importa. Ora va di sotto, nel bagno del tinello, spogliati completamente ed aspettami. -Discese lentamente le scale con un misto di gelo e di speranza nel cuore. Da quel momento cominciava la sua purificazione, ma stava anche cominciando il suo lungo periodo da schiava. Il colpo che aveva ricevuto sulla natica e coscia sinistra ancora le bruciava. Con angoscia si vietò di immaginare cosa l’aspettava. Era nuda, immobile al centro del bagno annesso al tinello – sala hobby. Altri, in quello spazio, avrebbero ricavato sicuramente un appartamentino completo di servizi: per loro era soltanto il bagno della sala hobby. Le pareti, rivestite completamente di specchi, riflettevamo ogni particolare del suo corpo statuario. I seni sodi ed ancora ben eretti, erano appena segnati dal residuo di abbronzatura dell’estate precedente. La raggiunse serrando tra le braccia un cumulo di oggetti indistinguibili tra loro. Spiccava soltanto il rotolo di robusta corda marinara del tipo intrecciato che avevano acquistato tempo prima per sostituire quella logora dell’ancora del motoscafo.Depose tutto in un angolo, tranne un grosso rotolo di scotch telato con cui le legò i polsi dietro la schiena; dopo di che le ordinò di stendersi, pancia sotto, nella grossa vasca da bagno.- La prima cosa che farò, – le disse armeggiando con gli oggetti che si era portato, – sarà di farti capire in quale mondo sei stata in quest’ultimo periodo, ed in quale invece, alla fine dovrai tornare. -Non sapeva cosa stava per accaderle. Certamente niente di molto piacevole considerando la freddezza con cui la stava trattando il suo uomo, o avrebbe dovuto chiamarlo il suo Padrone d’ora in poi? Non fece in tempo a darsi una risposta: una mano di suo marito le allargò le natiche. Dopo un attimo sentì un oggetto, una specie di tubo, sufficientemente sottile da non farle male, penetrare senza complimenti nel suo ano. Era lungo, molto lungo. Lo sentì farsi strada sempre più all’interno del suo intestino finché non le sembrò che le fosse arrivato nello stomaco. Sapeva che non era possibile, ma questa fu la sua impressione.Poi l’acqua, parecchio calda, cominciò ad inondarle l’intestino. Ecco la prima punizione. Un clistere. Voleva pulirla dentro per toglierle i residui dell’orgia con i giovinastri, come li aveva chiamati lui.Si augurò che non avesse deciso di farlo molto grosso. Fino ad un litro e mezzo, due litri massimo, li sopportava bene, anzi, le piacevano. Oltre, no. Le provocavano degli insopportabili crampi alla pancia che la facevano star male per il dolore. Cominciò a sudare freddo: ricordò improvvisamente che suo marito conosceva bene questo suo handicap. C’era stato un periodo non lontano della loro vita, in cui il clistere era quasi una prassi normale nei loro giochi erotici. Altro che pulizia interna, cominciava con una grossa dose di dolore. A questo punto però, niente aveva più importanza. Non poteva assolutamente tirarsi indietro nell’unica occasione di perdono che le era stata concessa.- Se ti potrà essere di sollievo, grida pure quanto vuoi. Sai bene che da qui sotto non esce neanche il rumore dei colpi di fucile quando provo le cartucce. – Il tono di voce del marito era stranamente calmo, quasi rilassato, per questo non si sarebbe mai aspettata quello che seguì. – So che odi i clisteri lunghi. Questo sarà il più lungo della tua vita. Dieci, quindici, venti litri, non lo so. Non preoccuparti, non ho nessuna intenzione di farti scoppiare. – aggiunse quando vide il culo della moglie stringersi per l’angoscia – Quando sarai piena come un otre, penso circa intorno ai tre, quattro litri, in preda ai tuoi ben noti, forti dolori, non ce la farai più a trattenerti, ed allora comincerai a cacarti addosso. Il tubo che ti ho infilato nel culo, è molto lungo ma anche piuttosto sottile, non impedirà alla merda che hai dentro di uscire insieme all’acqua. D’altronde, ci sei abituata, no? Cosa hai fatto in questi ultimi tempi se non sguazzare nella merda. Non è così? – La donna, in preda ai primi spasmi, stentava a credere che fosse suo marito quello che stava usando quel linguaggio e non capì che anche a quella domanda retorica lui pretendeva una risposta. Un secondo colpo di scudiscio, molto più forte del primo, le procurò un dolore tremendo proprio nel solco tra le natiche. Urlò più forte che poté, quasi volesse fare uscire dal suo corpo, con il grido, anche il dolore che la stava paralizzando. – Allora, è così o no? Te ne occorre un altro per capire che devi rispondere subito quando ti chiedo qualcosa? -Non riuscì mai a capire dove trovò, in quel momento, la forza di emettere un flebile cenno d’assenso.
– Sai quando terminerà questo primo innocuo scherzetto? – proseguì l’uomo come se non fosse successo niente – Quando dal tuo culo, molto mal frequentato ultimamente, uscirà acqua limpida come quella che entra; non come quella che sta cominciando ad uscire adesso. -Con enorme vergogna, ma anche con sollievo, la donna si rese conto che l’acqua cominciava finalmente ad uscire. Il dolore era diventato piuttosto forte. – Bene, avevo ragione. Per ora ne reggi tre litri scarsi. Vedrai che prima della fine dell’anno non te ne uscirà una goccia se non prima di cinque litri. Per ora accontentiamoci di questo e cerchiamo di affrettare la tua pulizia. Ora riempio nuovamente la sacca ed apro il rubinetto al massimo. Vediamo se te ne entra più di quanta riesci a farne uscire. -La lieve sensazione di sollievo provata appena l’acqua era cominciata ad uscire, fu annullata dal notevole improvviso incremento del quantitativo di liquido che si riversava nella sua pancia.Quasi subito sentì gli spasmi tramutarsi in dolore acuto, continuo, sempre più forte. Contrasse i muscoli dell’addome, cercando di accelerare la fuoriuscita dell’acqua, ma quella che entrava era sempre più di quella che riusciva ad evacuare. Sentiva il liquido caldo colarle lungo le cosce, depositarsi sul fondo della vasca e pian piano risalire, su, verso la sua pancia. Un odore sgradevole la colpì improvvisamente. L’imbarazzo fu estremo quando si rese conto che era il suo odore, l’odore dei suoi escrementi nei quale stava lentamente immergendosi.Ora finalmente capiva a fondo l’idea di suo marito. Farle capire, dal vivo, fisicamente, come la considerava. Niente altro che un essere che si rotola nel proprio sterco: una maiala, una troia nel senso animale della parola. Intuì anche il perché di quell’inesauribile clistere che la stava distruggendo dal dolore: come l’acqua che pulendole l’intestino da ogni residuo di escrementi, alla fine sarebbe uscita perfettamente pulita, così doveva uscirne lei. Perfettamente pulita ai suoi occhi. Il mezzo sarebbe stato il dolore e l’assoluta sottomissione, come in quel momento, in cui nonostante gli atroci spasmi che le assalivano il ventre, continuava a stare immobile in attesa della immancabile crescita del dolore e dell’umiliazione che ora stava provando. Ebbe la certezza che sarebbe stata sottoposta ad altre lunghe, estenuanti ed inimmaginabili sedute di dolorose punizioni e confermò a se stessa, la volontà di accettare qualsiasi cosa avesse voluto farle, cosciente che era l’unico mezzo che lui le aveva concesso per dimostrargli il suo amore, il suo pentimento.Il marito non aveva più pronunciato una sola parola. Erano ormai sette od otto volte, aveva perso il conto, che lo sentiva riempire la sacca dell’enteroclisma. Nelle violente, dolorose contrazioni che l’assalivano, immaginò di essere una fontana, con l’acqua che entrava ed usciva in continuazione. Il fetido liquido sgorgato dal suo intestino, era arrivato a coprirle i seni costringendola a tenere la testa sollevata per evitare che le entrasse in bocca.- Finalmente comincia ad uscire perfettamente pulita. – annunciò a sorpresa il marito – Adesso chiudo il rubinetto e svuoto la vasca, ma tu, se non vuoi che ti dia già una battuta con i fiocchi, stai ben attenta a non fartene uscire, ancora, neanche una goccia. Quando tu e la vasca sarete pulite, ti darò il permesso di svuotarti. Se risulterà candida come quella della doccia che sto usando per ripulirti, bene, con questa faccenda avremo finito, altrimenti ricomincio da capo. Altri quindici litri. -La fece alzare, con il sottile tubo ancora ben infisso tra le natiche e, mentre la vasca si vuotava, con la doccia a telefono la ripulì da ogni traccia degli escrementi che le si erano appiccicati addosso. Il dolore al ventre era molto più sopportabile, sia perché si stava ormai abituando, sia perché aveva fatto in tempo ad evacuarne un discreto quantitativo prima che le ordinasse di alzarsi.Gli fu grato della delicatezza che usò nel lavarla. Dai gesti lievi, quasi carezze, con cui compì il rito della sua pulizia esterna, comprese che se avesse continuato a comportarsi bene, a mantenere fino in fondo la sua determinazione ad espiare a qualsiasi costo, probabilmente il suo periodo a “Rossy” sarebbe durato molto meno di un anno, indipendentemente dalla freddezza e dalla durezza con cui avrebbe continuato a trattarla. Tutto dipendeva da lei.- Accucciati sul bidè e svuotati completamente, poi controlla tu stessa se l’acqua è limpida come dovrebbe essere. -Altro esame: lasciando a lei il giudizio, voleva sicuramente accertarsi della sua onestà, della sincerità del suo impegno a far di tutto per redimersi ai suoi occhi.Dopo tutto quel dolore e gli spasmi che nonostante tutto stavano tornando, liberarsi completamente fu più che un sollievo, fu qualcosa che rasentò il vero piacere, il piacere dell’orgasmo. Ebbe la certezza che in circostanze diverse, se non fosse stata così tesa per il suo incerto futuro, se tutto questo le fosse successo in un momento di armonia con il suo uomo, avrebbe goduto come una cagna in calore. Più e meglio di quanto aveva goduto poche ore prima con i suoi accompagnatori occasionali.Il controllo che fece dell’acqua depositata nel bidè non la lasciò completamente soddisfatta: era limpida, si, ma si vedeva che era acqua… usata. Non tentò di barare e la descrisse al marito usando proprio quei termini. Non seppe trovarne di migliori.L’uomo controllò a sua volta e senza specificare se perché soddisfatto del risultato, o per premiarla della sua franchezza, la liberò dalla lunga cannula che le invadeva l’intestino.- Ora dimmi esattamente quante volte, in questi ultimi due mesi, ti sei fatta inondare l’intestino dallo sperma dei tuoi amici. -La donna fu presa dal panico. Onestamente non lo sapeva. Quindici, venti volte, non riusciva a ricordarlo. Decise di prendere tempo per fare quattro conti:- Non lo so, così su due piedi non riesco a ricordarlo, non so cosa dirti, devi darmi un attimo di tempo per riflettere. -Uno schiaffo secco, duro, dato con tutta la forza dell’uomo, le esplose all’improvviso sul seno sinistro, indifeso, dato che aveva le braccia ancora legate dietro la schiena.- Non permetterti più di parlarmi in quel modo. Fino al ritorno alla normalità devi rivolgerti a me soltanto dandomi del Lei e parlare esclusivamente per rispondere con esattezza alle domande che ti faccio; non per perdere tempo. Sedette sulla tavoletta copri-water abbassata e tirò a se la donna facendola piegare fino ad adagiarla con il ventre sulle sue ginocchia. La bloccò afferrandola con la mano sinistra per i polsi legati e con la destra cominciò a sculacciarla con colpi lenti, metodici, dati con tutta la forza a piena mano. – Io non ho fretta. Vediamo se ti torna il mente da quanti ti sei fatta inculare prima che mi faccia male la mano e continui a dartele con il frustino. -Non riusciva a ragionare lucidamente, i colpi arrivavano costanti e devastanti sul suo sodo culo indifeso. L’istinto le diceva di scalciare, alzarsi, far terminare quel bruciore che, ad ondate sempre più rapide, le arrivava al cervello; la volontà la salvò da una sicura punizione ben peggiore. Si impose di stare più ferma possibile, l’unico lusso che si concesse fu di urlare, piangere ed urlare mentre tentava con tutte le forze di ricordare quante volte fosse “andata a cena con le amiche” in quegli ultimi due mesi. Non poteva sbagliare, sapeva bene di aver dato il culo ad ogni uscita.- Sedici. Mi sono fatta inculare sedici volte. – Finalmente era riuscita a fare quel semplicissimo calcolo. Due uscite a settimana per otto settimane.- Bene, vedi che se ben stimolata riesci a fare anche le cose più semplici? -La fece rialzare, si allontanò di un paio di passi e si fermò ad ammirare il corpo della moglie, in particolare il bellissimo sedere, ora rosso fiammante: le donava quel colore vivo che spiccava sulla sua candida pelle. – Come avrai probabilmente cominciato a capire, tutto quello che ti succederà sarà in contrapposizione ai piaceri supplementari che ti sei concessa un questi ultimi due mesi. Non ti era sufficiente quello che facevi con me? Eppure non mi sembrava poco. Hai voluto degli extra? Gli extra si pagano, ed a caro prezzo. Ti sei fatta riempire il culo di sperma per sedici volte? Bene, per ogni volta riceverai un lavaggio come quello che hai appena ricevuto. Uno ogni tre giorni. -La donna si sentì mancare. Si chiese se ce l’avrebbe mai fatta a sopportare tutto quello che l’aspettava e che sicuramente andava ben al di là degli enormi clisteri. Non fu calcolo, come sarebbe potuto sembrare, ma un impulso improvviso, irresistibile, di cui neanche in seguito, ripensandoci, seppe darsi una spiegazione:- Grazie, La ringrazio per l’aiuto che sta dandomi per tornare degna del Suo amore. -Non riusciva a credere che proprio lei, altezzosa fino all’alterigia, avesse pronunciato quelle parole. Cosa le stava capitando? La cosa più strana era che a quelle parole ci credeva, le “sentiva” sue. Dentro di se era veramente grata al marito per la catarsi che le stava offrendo.L’uomo accettò quelle parole per quello che veramente erano: una ulteriore prova di sottomissione. Non le rispose, ma compì un piccolo gesto che la rese ebbra di gioia, che la ripagò dei patimenti fin’allora provati.Delicatamente le prese il volto tra le mani e la baciò, con dolcezza, leggermente, sulle labbra ancora bagnate dalle lacrime.Le sembrò, nella sua semplicità, il bacio più bello, più erotico, più passionale che avesse mai ricevuto; un calore dolce, appassionato le esplose tra le cosce serrate. Godette in un modo nuovo, sconvolgente, mai provato fino ad allora. Fu costretta ad appoggiarsi al marito per non cadere e lui la sorresse pur non dando alcun cenno di essersi accorto di quello che le era accaduto. Distrattamente guardò l’orologio: quasi le otto di mattina. Avevano passato la notte completamente in bianco.- Meglio fare qualche ora di sonno. La giornata sarà lunga e dura per tutti e due. Dobbiamo andare a fare shopping. Mi rendo conto ora, che gli oggetti che usavamo per i nostri giochi sono assolutamente inadeguati alla nuova situazione. Comunque per questa notte ci arrangeremo. -Non sapendo cosa intendesse veramente il marito con quel discorso, o meglio, avendo paura di comprenderlo fin troppo bene, preferì non aprire bocca. Si lasciò docilmente sciogliere i polsi e si concesse il lusso di sgranchirsi le braccia anchilosate. Restò ferma, in piedi, con le braccia abbandonate lungo i fianchi in attesa che il suo Padrone si degnasse di tornare ad occuparsi di lei. Con in mano soltanto il solito rotolo di scotch telato e la grossa corda la invitò a seguirlo ai piani superiori, nella loro camera da letto.Finalmente! Si sentiva stanca, spossata. L’inconsueto orgasmo provato poco prima, le aveva tolto le ultime residue forze. Non vedeva l’ora di sdraiarsi sul suo comodo letto ad acqua e lasciarsi andare ad un lungo e benefico sonno ristoratore. – Non guardare il mio letto, – disse il marito afferrando al volo il suo desiderio – Ne passerà di tempo prima di tornare ad esserne degna. Questo sarà il posto dove dormirai d’ora in avanti. – concluse indicandole la coperta che intanto aveva steso in terra, dalla sua parte.Anche quel minimo sollievo le era negato, ma, in fondo, pensò, era giusto così se lui lo voleva.Fece per distendersi a terra, ma lui la fermò.- Prima debbo prepararti per la notte. Non vorrai mica addormentarti con i tuoi buchi vuoti: visto che ti piace tanto averli sempre pieni, ti accontento. – Trasse dal cassetto del comodino due vibratori che usavano per i loro giochi e la fece piegare in avanti, a gambe larghe con le mani poggiate sul bordo del letto. Rudemente senza alcuna preparazione le infisse il più lungo nella vagina e l’altro più corto, ma di dimensioni nettamente superiori, nell’ano. Un solo grugnito di dolore fu quanto si concesse per alleviare il bruciore che sentiva sei suoi punti più intimi così rudemente violati.Per essere sicuro che non li espellesse, con il nastro adesivi le confezionò una specie di tanga. Una lunga striscia attaccata al centro della pancia le passava in mezzo alle cosce, bloccava le teste dei due vibratori e risaliva, incollata nel solco tra le natiche, fino alle reni impedendo la fuoriuscita degli attrezzi. Un paio di giri di nastro adesivo all’altezza dei fianchi completarono l’opera per evitare che la striscia in mezzo alle gambe si scollasse.La donna non riusciva a muoversi. Ogni passo che fece per giungere al suo giaciglio fu un tormento. La punta del dildo che la sodomizzava, urtava con quello infisso nella vagina straziando dolorosamente il leggero velo di separazione tra i due canali.Per sua fortuna le concesse di sdraiarsi pancia sotto. Immaginò con angoscia cosa avrebbe dovuto patire se le avesse ordinato di stendersi supina. Con la corda le legò strettamente la gambe tra loro.- Visto che ti piace tanto tenerle spalancate, imparerai a tenerle ben strette e ad aprirle soltanto al mio comando. – Le mani gliele lasciò libere; non aggiunse altro, ma era implicito che se avesse abusato di questa prova di fiducia per alleviare i suoi tormenti, se ne sarebbe poi dovuta pentire amaramente.La luce del giorno ormai inondava la stanza. Lo sentì abbassare le stecche della serranda e sdraiarsi sul letto, così, completamente vestito.Prima che la stanchezza vincesse il dolore che ormai le pulsava in tutto il corpo, facendola crollare in un sonno profondo, lo sentì piangere. Gioì, si sentì al settimo cielo per la felicità. Il suo Padrone era infelice per quello che lei lo stava costringendo a farle par renderla di nuovo degna del suo amore. La puniva come meritava, la trattava rudemente ma l’amava ancora. La flebile, lontana luce della loro riconciliazione si fece più forte, più vicina, più viva. Fissando quella luce con gli occhi della mente si addormentò e sognò il giorno in cui finalmente sarebbe stata di nuovo degna di far l’amore con lui.
L’Università (I parte)
11 Maggio 2021
