Sensazioni

Margherita esce grondante dalla doccia. Si strofina addosso un asciugamano, poi si spalma per tutto il corpo un olio profumato. Lentamente si massaggia fino a farlo assorbire. Fra le cosce, sul ventre indugia un po’, come distratta. Un’effervescenza le sale alla radice dei capelli. Lo specchio appannato suggerisce qualcosa: cosa? Apre un po’ la finestra. Un pizzicare dei capezzoli la riporta alla realtà. (Stai attenta, quando arrivi alla festa. Non fare al solito tuo che ti butti a pesce nelle situazioni… O finisce che ti fanno a pezzi…) Sorride, scremando i pensieri, la bella ragazza, la pelle morbida e tesa come pesca da mordere. (Il nocciolo della questione è che sarà la solita barba…) Indossa una vestaglia leggera. Il tessuto la solletica, l’abbraccia. L’accarezza a ogni piccolo gesto. Qualcuno, di sopra, ha acceso una radio a tutto volume. Margherita accenna un passo di danza. Si osserva allo specchio cantare in playback. Muove i fianchi, il petto ondeggia nella seta. (Un po’ come dire: faccio il solito viaggio per ritrovare me stessa. No?) Si dipinge le unghie dei piedi, delle mani. Prende il tempo che ci vuole. Si asciuga le onde dei capelli con spazzola e phon. Li vaporizza di profumo per tre volte. Per tre volte aspetta che l’essenza svapori. Un rito satanico. (In una festa spesso scattano dinamiche di gruppo che… Ma riuscirò a far fronte alla curiosità del Giudice?) Illumina lo specchio, si studia i lineamenti. Si vuole con ombre leggere di trucco. Un po’ cancella col mignolo e comincia da capo. Ecco, è perfetto: aveva in mente proprio questo. Getta via la vestaglia. (Orsù, leva la maschera, e mostra la tua apparenza. Svela l’incanto del tuo mistero.) In camera, tre abiti pronti, stirati e freschi, distesi sul letto. Li osserva, si decide per il tubino nero di velluto con spalline sottili. Lo indossa come una seconda pelle, la stoffa che sale dalle cosce al petto. (Si può fare la doccia con la erre moscia? Il mio uomo ideale è un uomo…) Fa un passo indietro: la specchiera a tre ante disapprova. Si sfila il velluto dall’alto, cauta sul trucco. Tocca all’abito turchese. Lungo, aderente, ampio alle caviglie. Due spacchi laterali scoprono le gambe un po’ corte. (E’ solo una interpretazione. Il vero problema non è il problema in sé, ma l’apparire.) Fa sbocciare la gonna con una piroetta, assapora con le ginocchia l’aria mossa. Non va. Passa al terzo vestito, l’ultimo. Marrone, corto, chiuso davanti, scollato sulla schiena fino al solco dei glutei. (Bella mia! Nessuno può permettersi di alzare anche solo un dito sul mondo… Non sei nessuno per giudicare…) Orienta i tre specchi, si osserva da dietro. Ma no! Scuote il capo. Ancora si spoglia, sceglie il tubino nero: la seconda pelle. Con la prima aderisce alla scelta, attrae il velluto nelle pieghe, nei pori. Si guarda, si piace, rossa e bianca, sul nero. (In fondo… L’unico role player che pratico è andare alle feste senza intimi.) Sceglie sandali con tacchi alti. Le slanciano le gambe, si dice. Le sue gambe un po’ corte, una spina nell’occhio. Sigarette, chiavi e qualche banconota nella borsetta nera. Niente male, nell’insieme: può uscire. (Ciao, specchio. Ti amo.)                             *** Margherita guida nella notte, il tubino le sale sulle cosce, spunta un’ombra di pelo. (OK, volevi l’ultima parola? L’hai avuta. Adesso basta, però.) Sorride tra sé. Tira giù l’orlo del vestito, scendendo.                             *** La festa è silenziosa ma vitale. L’atmosfera è tenue: i gruppetti sono ben avviati, ciarlieri. Un odore dolciastro di alcool e buffet, musica piacevolmente alta sotto il chiacchierio. Il Giudice, naturalmente, le chiede dei suoi studi. Ha occhi bovini appuntati sui suoi capezzoli. – Conosci già tutti, no?- Ma… Veramente non conosco nessuno.- Bene, bene. Allora, divertiti, eh… Ehilà, avvocato… ciao Margherita, a dopo… Venga, avvocato, che l’accompagno… (che stronzo!) Ecco le dinamiche di gruppo. Margherita trova un posto appartato, lontano dal buffet. Un bicchiere di whisky in mano, osserva i presenti. Volge lo sguardo dall’uno all’altro, finge di coglierne i pensieri. Si siede, accavalla le gambe. (Così si vedrà meno che ho le gambe corte.) Ah! Le feste del Giudice. Ci va per non contraddirlo, poverino. Ma ne farebbe volentieri a meno. E allora la sua trasgressione è andarci senza mutandine. La sua sfida è imbarazzare gli ospiti attempati. Per quanto, ormai, neanche questo la diverte più. Questo stupido gioco. Ma li vedi? Sono tutti troppo presi in se stessi, impegnati a mostrarsi più che a guardare. Sono tutti troppo vecchi…Ecco, per esempio, quello là, seduto sul divano di fronte. (Se vedo un uomo carino penso – perché no? – “Che bell’uomo”. Anche se è un po’ anzianotto. Quanto potrà avere, quello… Cinquant’anni?) Il tipo sul divano, sul divano di fronte a lei. (Pare solo. Magari non conosce nessuno. Che ci sta a fare qui? E’ elegante, sì. Ma anch’io lo sono. E allora? Certo che il Giudice invita gente di tutti i generi…) L’uomo del divano sembra non conoscere nessuno, o forse si annoia soltanto. Se ne sta lì, con la testa un po’ rovesciata all’indietro, ascolta la musica. I capelli sono grigi, ma ha un bel colorito sano, un viso barbuto. Porta abiti costosi, ma senza stile. Muove gli occhi in continuazione, come chi cerca qualcuno. O come chi non sa che farsene di qualcuno in particolare. (Ovvero, sintetizzando… Desideriamo ciò che vediamo o vediamo ciò che desideriamo?) Margherita volta il busto appena di lato, cerca la sua borsa sullo schienale della sedia. Disgiunge le gambe, le cosce sbucano dal vestito per un bel tratto. Trova le sigarette, ne accende una. Sbircia tra il fumo il brizzolato di fronte. Si accorge che anche lui… (Il tipo si è accorto di me. Perché faccio questo?) Divarica ancora un po’ le cosce, gioca. Simula un bisogno di comodità. L’orlo di velluto le accarezza il pube, i fianchi. Si punta sul bordo della sedia. E’ quasi oscena. (Ma quanto sono puttana! E lo so bene che è una scena trash, ma questo è il fatto.) Le conversazioni sono troppo impegnate. Nessuno la nota. E poi a quell’ora la festa soffre già di un livellamento verso il peggio. I vini, i liquori, le tartine esuberanti. L’atmosfera di reciproca indifferenza, l’onanismo parolaio. Anche la musica si sottrae ai suoi doveri sociali, siillanguidisce in blues smidollati. Un cameriere di colore percorre il salone, a raccattare la noia degli altri. (Ma che schifo di vita è, se non riesci ad essere te stessa? Se non sei capace di lasciarti andare neanche ad una festa? Guardami, idiota!) Dal fondo del suo bicchiere, l’uomo ferma lo sguardo, ubbidiente. Spalanca occhi ormai senza controllo, accavalla le gambe. Cerca compostezza ma il suo corpo è schiumante. Margherita lo vede cambiare colore. Che farà, ora, l’idiota? (Ho l’impressione che tu sia troppo sicura delle tue certezze. Secondo me avrai delle sorprese. Comunque adesso basta.) Si sente? Il respiro affrettato del cinquantenne, imperturbabile sul divano. Sì, Margherita sa ascoltare i rumori, e poi, non è un po’ sciocco tutto questo? Cambia posizione, congiunge le gambe. Osserva l’effetto che ha sull’uomo. Lui adesso è perplesso, porta l’indice al colletto della camicia, lo scolla dal sudore, dal pomo d’Adamo. Si versa ancora da bere, si guarda le scarpe. (E poi, scusa, se non mi guardi, che mi frega?) Sta ancora sul bordo della sedia, i piedi ben piantati, la schiena dritta. Si volge a un capannello alla sua destra, come assorta nei loro discorsi. En passant, divarica ancora le cosce. La pressione del gioco comincia a stuzzicarla. Un fiotto di calore l’afferra. Ne studia curiosa le origini, la novità. (E questo cos’è?) Si sta eccitando, lo sente. Si sente. Bizzarra proprietà transitiva. Si colma dello sguardo dello sconosciuto. L’impressione di essere sola con lui stritola l’ironia, la trasgressione diventa caduta. Si stupisce. Comincia a offrire e negare l’interno delle cosce. Un’altalena. Con lentezza si dà e si nega. E le piace. (E questo cos’è?) Un altro sorso di whisky. Ostenta nonchalance, come chi non sa di essere visto. L’alcool le scende in gola, nel ventre. Un calore. Un fuoco che sale dai piedi, nel pube, s’irradia alla punta dei seni. Rimbalza sull’uomo, le ritorna dentro dai capelli, giù fino all’ombelico, nelle pelvi. E poi ancora via. Via. Riverbera verso l’uomo e ancora dentro di lei, liquido, sconcio. Attraversa quelle gambette, quelle cosce aperte per gioco. Dentro. (E questo cos’è?) L’uomo si raddrizza sul divano, vuole dirle qualcosa? Margherita si sente un gambero fritto. Non riesce a staccare gli occhi dallo sconosciuto. Un brivido la scuote. Teme che lui si decida a parlarle, a chiedere, a voler conoscere cose che neanche lei sa spiegarsi. (Fantastico! Ehi, sconosciuto, vieni qua che ti presento una mia amica un po’ troia… Di solito alla fine si arrende e ci sta.) L’uomo poggia il bicchiere, fa per alzarsi, calamitato. Eh, no! La ragazza lo precede, salta su dalla sedia, si sistema il vestito. Si volta, la gonna ancora un po’ alta sul sedere, si dirige senza fretta all’uscita. (Si può fare la doccia con la erre moscia? … Non avendo altro modo di esprimersi a parole?) Lo sconosciuto abbandona il divano ciondolando. Margherita lo sorveglia con la coda degli occhi: la segue? La segue. Senza fretta sugli stessi suoi passi. Presto. Fuori. Alla macchina. Richiude la portiera, guarda verso l’ingresso. Nessuno. (Niente, volevo solo dirti che… Guarda, il sesso era solo una cosa marginale in questa storia.) E’ sicura di trovarselo appresso, come d’accordo. Margherita, confusa, si accorge che lui non è lì. Mette in moto, aspetta ancora. Ma no, s’è sbagliata. Non si sono capiti.                             *** (Come e’ andata? Difficile a dirsi. E’ finita, questo sì.) Margherita entra in casa, va in camera, si getta sul letto. Chiude gli occhi, rivede lo stupido film di poco prima. La sedia, il divano, il brizzolato. Lui e lei da soli, nell’indifferenza di tutti. Il fuoco, il fiume, le carezze. La mano scivola sul velluto. Gli occhi di lui, la sua mano. E’ fuori, in alto, si guarda distesa. Si tocca con gli occhi di lui. (Aspetta, aspetta…) L’ansia, la mano. La carezza profonda, il respiro. Vicina, vicina… (Aspetta!) Apre gli occhi. Il soffitto. Giù dal letto. In cucina a farsi un caffè, in piedi davanti ai fornelli. Sigaretta, apre la finestra. Respira il quartiere, il sussurro di mille sonni. Scosta un ciuffo di capelli dalla fronte, poggia i gomiti al davanzale. (… Questo mi pare davvero pazzesco. Sto qua a parlare da sola. E non mi servirà a capire.) Come chi guarda il mare dalla riva.Come chi guarda il cielo dalla pista.Come chi guarda gli altri vivere.